Italo Zandonella Callegher
il futuro con uno sguardo al passato
LA MADONNINA DEL PASSO DELLA SENTINELLA
pubblicato da: Italo Zandonella Callegher in Memorie, Racconti, storia — 27 October, 2011 @ 12:54 pmL’11 settembre 2011 è una giornata radiosa, piena di sole e piena di gente allegra che, un po’ faticando, sale lungo il Vallón Popèra per giungere al mitico Passo della Sentinella che è il balcone panoramico e storico della valle.
Lassù, sotto la nicchia della Madonnina del Passo, si terrà nella tarda mattinata una semplice cerimonia, verrà celebrata una messa, ci saranno discorsi di circostanza (poi forzatamente brevi causa una nebbia fredda e capricciosa che coprirà improvvisamente il luogo).

Il Gruppo Alpini di Comélico Superiore ha organizzato tutto alla perfezione, ha accompagnato e aiutato, ha previsto l’uso dell’elicottero per chi non poteva partecipare partendo a piedi da Selvapiana; ma la cosa non tragga in inganno; l’elicottero li ha portati solo fino ai piedi della Punta Rivetti, a metà circa del vallone, poi il pezzo peggiore e più faticoso sulla morena e sul ghiaione ognuno se l’è scarpinato con le proprie forze. E c’erano degli ultraottantenni e dei bambini …
Un bel concerto fra le rocce presso il rifugio Berti ha concluso il pellegrinaggio con un enorme Cristo alpino e “genovese” a far da fantastica cornice. Si è trattato, insomma, di un vero e proprio pellegrinaggio, la ripresa (speriamo) di quella serie che la gente del luogo aveva iniziato già nel 1919. Ecco la storia.
Il 22 maggio 1915 iniziava una delle tragedie più disumane della storia recente.
La domenica 23 maggio alle ore 19 il governo italiano presieduto dall’on. Salandra presentò ufficialmente al governo austriaco la dichiarazione di guerra. L’inizio delle ostilità fu fissato per il giorno successivo.
Il generale Cadorna diede il via alla mobilitazione con circa 800.000 uomini mal equipaggiati e peggio ancora addestrati, 400.000 dei quali si trovavano già alla frontiera.
In tutto erano 14 Corpi d’Armata, 35 divisioni di Fanteria, 1 di Bersaglieri, 4 di Cavalleria, 2 gruppi Alpini. Ai primi di luglio, a mobilitazione ultimata, l’Esercito contava 31.037 ufficiali, 1.058.000 uomini di truppa, 11.000 civili militarizzati, 216.000 quadrupedi, 3280 automezzi di vario tipo; inoltre 760.000 fucili, 170.000 moschetti, 618 mitragliatrici, 1797 pezzi di piccolo calibro, 192 pezzi pesanti campali.
Già nello stesso giorno 23 la 68ª Compagnia Alpini Battaglione Cadore prese possesso del tratto di confine che da Cima Vanscùro porta al Col Quaternà passando per la Cima Frugnóni e il Passo Silvèlla.
A Cima Vallóna e al Monte Palombìno, intanto, stavano sistemandosi alcuni reparti della Brigata Ancona e quelli del Battaglione Alpini Fenestrelle.
Il Monte Cavallino fu subito occupato dagli austriaci, mentre il grosso della Brigata Ancona si schierò sulla linea Quaternà-Crestón Popèra. A meridione di Cima Undici gli italiani tennero le posizioni di Forcella Giralba e un fazzoletto di terra nell’alta Val Fiscalìna, allora territorio austriaco.
In quei primi giorni di guerra la linea di confine, che dal Peralba correva fino alla Croda Rossa, rappresentava il settore strategico più importante del fronte alpino. Questa linea dominava la valle della Drava e la sua tenuta avrebbe potuto offrire reali possibilità di spezzare le comunicazioni ferroviarie austriache.
L’incredibile opportunità non fu sfruttata, l’attacco che Cadorna aveva previsto non ci fu, né si è in grado di capire e spiegare il perché se non trarre qualche considerazione dalla lettura di una relazione conservata all’archivio di Guerra a Vienna:
«Il forte attacco atteso non si verificò. Cadorna aveva bensì dato stretto compito al Comandante la 4ª Armata di impadronirsi di Dobbiaco, ma il [tenente] generale [Luigi] Nava aveva lasciato trascorrere le prime giornate di guerra mantenendosi quasi inattivo … nonostante la 4ª Armata si fosse strettamente concentrata per l’attacco su Dobbiaco. La mancata azione in quella zona ha certamente defraudato il disegno offensivo strategico di Cadorna d’una condizione basica ed ebbe indubbiamente ripercussioni svantaggiose sulle lotte delle forze italiane nel contiguo settore carinziano.»
Il sottotenente Anton von Mörl la sera del 23 maggio 1915 scrisse sul suo diario:
«La distanza dal Passo di Montecroce a San Candido-Innichen è di miseri 12 chilometri – in discesa, su terreno facile -. Se gli italiani sanno fare la guerra, marciano ancora stanotte sullo stradone, senza che noi possiamo impedirlo, e domattina sono sulla linea ferroviaria della Pusteria, altrimenti…» conclude von Mörl «… altrimenti gli italiani non sanno fare la guerra.»
Durante i primi giorni del conflitto il Passo della Sentinella, ardita finestra rocciosa tra la Val Fiscalìna e la Val Comélico, era presidiato solo di giorno – e non sempre – da alcuni soldati italiani del 70° Fanteria che alla sera si ritiravano a pernottare nella parte bassa del Vallón Popèra dove erano stati costruiti a tempo di record alcuni ricoveri essenziali. I fanti, dunque, fermi sulle loro posizioni nel Vallón, di tanto in tanto raggiungevano il Passo. Crediamo lo facessero senza particolare convinzione, più per addestramento che per reale volontà di conquista.
Di ben altra idea erano gli austriaci che la domenica 4 luglio (stesso giorno in cui, alle ore 6,20, Sepp Innerkofler perdeva la vita sulla vetta del Monte Patèrno) occupano sia il varco strategico che la cima della Croda Rossa, rendendo vani i tentativi italiani di raggiungere il Passo. Tant’è che un reparto italiano del 70° Fanteria fu accolto dagli Schützen imperiali con una nutrita scarica di fucileria.
Gli austriaci lasciarono di guardia dodici soldati bavaresi e ridiscesero in Val Fiscalìna. Da quel momento gli austro-ungarici poterono ritenersi padroni incontrastati della zona e la Croda Rossa così presidiata divenne un osservatorio di grande importanza su tutta la valle del Pàdola che venne più volte bombardata. Dunque una spina nel fianco che non poteva e non doveva perdurare.
All’alba del 16 aprile 1916 inizia la conta alla rovescia.
Quel giorno gli italiani hanno deciso di riconquistare del Passo della Sentinella. La minuziosa e difficilissima preparazione alpinistica, cioè la traversata dalla Forcella Giralba per la Busa di Dentro fino alla Cima Undici Nord, si conclude in questa data. Tutte le bocche da fuoco italiane intonano d’improvviso un canto infernale. È un coro possente che l’eco diffonde sinistramente per il vallone. Sono l’artiglieria da campagna del Crestón Popèra, le mitragliatrici e i fucili del Sasso Fuoco, il cannone “che sparava dalle stelle” del Monte Popèra (ma che quel giorno sparava dalle nuvole), le due mitraglie di Forcella della Tenda, il lanciabombe e la fucileria di Cima Undici, le bombe a mano e la fucileria del Pianoro del Dito …
I difensori austriaci rimangono inchiodati nelle trincee di neve e nelle caverne in roccia o nel modesto alloggiamento del Passo, sbigottiti dalla sorpresa, increduli. La caverna di guerra e la baracca austriaca che stanno poco oltre il Passo sono battute dagli uomini di Lunelli inerpicatisi sul Pianoro del Dito. Verso il Passo della Sentinella, intanto, sta salendo dal Vallón Popèra il Sottotenente Piero Martini con due piccole squadre; avanzano per il ripidissimo imbuto che precede il varco quando sono le ore 13 del 16 aprile 1916. Gli austriaci non si fanno vedere. Se uscissero dai loro buchi non ci sarebbe scampo per gli uomini di Martini.
Forse si sono accorti che gli italiani stanno salendo dal Vallón, ma non osano metter fuori il naso perché hanno scorto i “Mascabroni” che stanno scendendo per il lungo nevaio della Cima Undici. E quelli sparano, mica scherzano …
Per primi sul Passo giungono Martini e il soldato Bourset, un patriota venuto dall’estero per arruolarsi. Poi arrivano gli altri al grido di “Savoia”. Martini si china a comporre il comandante austriaco morto da eroe, poi penetrano tutti nella galleria di neve. Non c’è nessuno. Quindi scorgono una porticina, la spalancano, si arrendono sette militari esterrefatti. Gridano: «Boni taliani, non amazateci.» C’è un ferito, uno parla italiano, è di Colle S. Lucia. Vengono trattati con rispetto.
Poco dopo, scivolando e rotolando lungo il ripido nevaio per 343 metri, cioè dai 3060 metri della cresta di Cima Undici Nord ai 2717 metri del Passo, planano i famosi “Mascabroni” del Battaglione Cadore con in testa i soldati Dal Canton e Zandonella, uno del Comélico Superiore. In tutto sono 3 ufficiali e 36 fra sottufficiali e soldati al comando del Capitano Sala con i Tenenti De Poi e Jannetta. Sono vestiti di bianco come i folletti dei ghiacciai. Il termometro segna 30° sotto zero.
Gli alpini scavano una nicchia sul blocco roccioso che sta addossato al Dito e vi depongono una Madonnina che diventerà famosa, poi restano al Passo fino all’ordine di ritirata, cioè il 4 novembre 1917.
Scrive il capitano Celso Coletti, comandante dei Volontari Alpini del Cadore:
«Alle ore 18 faccio iniziare l’abbandono delle posizioni; i Volontari Alpini quando ricevono ordine di rifornirsi di viveri di riserva, cartine, ecc., pensano ad un attacco. Invece … Alle ore 23 scendo con l’ultimo scaglione formato da Volontari Alpini. Così, dopo un anno di patimento, dopo tanto lavoro, quando la Regione completamente sistemata di gallerie sicure e comode, con tutti i posti serviti da teleferiche, quando ci si presentava davanti un inverno tanto diverso da quello tremendo passato, con tanti viveri e legna accumulati con tanta fatica, dobbiamo partire ed abbandonare il nostro Cadore all’austriaco, e perché?»
Il Passo della Sentinella ritornerà italiano esattamente un anno dopo, il 4 novembre 1918.
Ma i primi valligiani accorsi lassù nella tarda primavera del 1919 trovano un’amara sorpresa: la Madonnina non c’è più, è stata trafugata e presto si saprà anche dove. In un paese sottostante, in Pusterìa. L’ha vista uno che fa lo stagnino e quelli sanno e vedono tutto. Allora alcuni audaci, nottetempo, se ne impossessano e la riportano “a casa” in valle, poi su al Passo, che è la sua dimora naturale, con un pellegrinaggio pieno di fede e di speranza.
È l’estate del 1919.
Rimane a testimonianza una bella foto storica con un ragazzino chitarrista, una ventunenne maestra Marianna di Dosodédo (mia zia), un baldo giovanotto e, attorno, gente umile e contenta.
Esistono altre foto che ci fanno vedere i pellegrinaggi dei primi anni Trenta poi, pian piano, la bella idea si perde nei meandri folli della seconda guerra, nella caotica ripresa, nella perdita di certi valori.
Possa la ripresa del 2011 avere lunga vita e meritato successo.
Possano i bravi alpini (sempre loro in prima fila) resistere ai tentacoli dei frenatori di professione.
La Madonnina è sempre la e non ce la prende più nessuno …
Italo Zandonella Callegher
IL DITO DEL DISONORE
pubblicato da: admin in Uncategorized — 15 May, 2011 @ 12:46 pm
Prima della “scoperta” di Schievenin - vedi articolo precedente – uno dei centri di arrampicata più frequentati del Veneto era la Palestra di roccia della Valle di Santa Felicita, un luogo selvaggio e caratteristico a meridione del Massiccio del Grappa, un tiro di schioppo da Bassano.
Questa valle – come ricordava il mitico Giovanni Zorzi di Bassano – è una delle più importanti del Massiccio. Lunga quasi nove chilometri, si origina a quota 1200 metri circa ai piedi del Col della Berretta e sfocia in pianura a quota 250 presso il caratteristico borgo di Romano d’Ezzelino. La valle, che in realtà è unica, si può dividere in due parti ben distinte: in alto è conosciuta come Valle di San Lorenzo, ampia, verde, ricca di pingui pascoli e qualche malga; nella parte bassa si chiama Valle di Santa Felicita, ripida, selvaggia, un canyon che termina con lo Scalon al quale segue una fiumana di ghiaie di fronte al colle dove sorgeva fino al 1259 il castello degli Ezzelini. Dante Alighieri la nomina nel Paradiso (IX, 25). continua »
LA VALLE DI SCHIEVENIN
pubblicato da: admin in Memorie — 4 March, 2011 @ 9:35 pm
Sono passati tanti di quegli anni che mi pare strano parlarne ancora. Era il 1959 quando mi recai per la prima volta nella Valle di Schievenin ad accompagnare Vittorio “Cuc” nelle sue peregrinazioni sul Massiccio del Grappa a cui Schievenin appartiene. È stato lui ad aprirmi le porte di quel piccolo regno incontaminato e a farmi conoscere quegli angoli romiti. Oggi ancor più solitari di ieri dopo l’abbandono delle case e degli appezzamenti improduttivi dislocati sopra il nucleo principale. I minuscoli borghi di Fobba, Costa Piana, Costa Caorèra, Caròt, Costaltèr, Case Sassumà, Casa da Nani, Col di Dante e Faladén alta restano solo nei ricordi. Vittorio era detto “el Cuc”, che in veneto significa cuculo. Come il simpatico volatile anche lui abitava nella casa della sposa. Seppur “abile cacciatore al cospetto di Dio” (come dicevano i vecchi Kaisejäger), il buon Dio non impedì che un giorno scoppiasse la canna del fucile lacerandogli una mano. Una delle sue tre figlie era diventata la mia morosa, perciò a me pareva bene non permettere che suo padre girasse per i monti da solo. Ero poco più che ragazzo allora, ma avevo voglia di conoscere, di vedere, di scoprire cose nuove. La caccia non mi attirava. Non mi interessava proprio, tant’è in vita mia sparai un solo colpo. Mirai a un misero caco che se ne stava solitario su di un albero spelacchiato dal freddo. Lo mancai e cadde da solo per sfinimento.
Sul fondo valle vidi una sfilata di rocce che potevano servire come palestra durante il lungo periodo invernale. Erano pareti basse, piene di verdura, ma con un po’ di pulizia potevano diventare arrampicabili. A quei tempi la settimana corta era ancora di la da venire e si lavorava anche il sabato, ma passavo la domenica sui “sassi” di Schievenin. In giro non si vedeva un cane. Sapevo che ogni tanto venivano in valle alcuni alpinisti trevigiani, ma stranamente non ci incontrammo mai. Forse avevamo orari e abitudini diverse. Restai solo a lungo, talvolta in compagnia di qualche raro amico. Alcuni amavano troppo le Dolomiti per arrampicare sulla lopa con appigli che ti restavano in mano e dissero che la cosa non era molto attraente.
Alla fine degli anni Sessanta conobbi nella palestra di roccia di Santa Felicita presso Bassano del Grappa il mestrino Vittorio Lotto (un altro Vittorio importante per me). Era un ottimo alpinista. Con lui iniziai la perlustrazione e una vera campagna arrampicatoria nella zona di Schievenin che ancora oggi mi riempie di nostalgia e di piacevoli ricordi. Lotto era istruttore nazionale di alpinismo, molto bravo, paziente, esperto, dieci anni più anziano di me; perciò fu un saggio e valido maestro, soprattutto nel campo della prudenza e della sicurezza dove io difettavo un po’. Simpaticissimo, pieno di trovate venessiane, protagonista di succose barzellette, lo chiamavano “il mago” perché dove nessuno riusciva a progredire, lui, piano piano, escogitando mille sotterfugi e intelligenti alchimie alpinistiche, riusciva infine a passare. Era un vero maestro soprattutto in artificiale. Allora l’artificiale era di gran moda e lo facevano tutti coloro che volevano spingersi in alto o spingere più in alto le difficoltà alpinistiche. Lo facevano anche coloro che oggi dicono di no e si strappano le vesti. Ho visto con i miei occhi un alpinista famoso (uno di quelli che oggi inneggia all’arrampicata libera e tratta con disprezzo coloro che hanno usato i mezzi artificiali) salire con un armamentario di staffe e chiodi a espansione da far sorridere. Non è una vergogna aver fatto dell’artificiale il proprio modo di progredire. Quelli erano i tempi e quello era lo stile. Nessuno gridava allo scandalo se usavi una staffa, l’etica non ne soffriva, i profeti non si stracciavano i maglioni e tutto filava dritto. Fino a quando, con l’avvento di una attrezzatura idonea e l’abbandono degli scarponi rigidi, ci si accorse che per un certo tipo di artificiale era giunta l’ora della soffitta.
Ricordo le staffe di Lotto e le mie (le ho ancora nel mio “museo”); al vertice avevano una maniglia ad uncino che, infilato nell’occhio del chiodo, permetteva di salire in modo sicuro e veloce. Molto di quanto è uscito in seguito sul mercato, lui l’aveva già inventato. Facemmo parecchie vie sulla destra e sulla sinistra del fondo valle, ma ci spingemmo anche in alto: sul Campanile Manuela in alta Val Sassumà, sulle rocce oltre il Cubo, sul Campanile Onigo, sul Torrione Nani, sulla Parete Gialla presso malga Zavàte, sul Castèl e la Cengia di Prada, ecc. Ci spingemmo anche verso Forcella Bassa dove visitammo le pareti strapiombanti sopra la misteriosa Grotta dell’Inferno e la Parete Grande che sta di fronte, ma era pane troppo duro per i nostri denti e preferimmo restare in basso “a rimirar le stelle”.
Il 1972 mi vide quale fondatore e direttore del primo corso d’alpinismo della Sezione Cai di Montebelluna e, naturalmente, portammo lì i ragazzi per i primi rudimenti. Poi la voce si sparse, arrivarono i mestrini, i veneziani, i trevigiani, i bellunesi, i vicentini e avanti così fino ai giorni nostri con una valle piena di gioventù in arrampicata gioiosa.
A dire il vero arrivò anche un po’ di casino con conseguente esaurimento per qualche vecchio contadino. Motivo: frequentazione poco rispettosa della proprietà privata, auto parcheggiate negli orti, prati da falcio violati per picnic e altre libertà. L’ira del buon Beniaminon si scaricò su di me, arma in mano (una mesóra, la falce messoria degli antichi romani), mentre facevo sicurezza al povero Lotto che stava arrivando in cima alla Bicicletta. L’omone era talmente inc… che tentò di tagliare la corda con il falcetto, mica scherzi! Finì bene, ma in quel momento capii che c’era ancora molta strada da fare e che dovevamo riconoscere loro come “i padroni della valle” mentre noi solamente ospiti, peraltro non paganti. Fui chiamato dal Sindaco per chiarimenti in seguito a lamentele dei proprietari. Fui convocato dai Carabinieri per lo stesso motivo. Tutti capirono che io non avevo nessuna responsabilità; ciononostante ebbi qualche problema, tanto che con il tempo mi allontanai dalla valle per protesta contro “i soliti noti” maleducati. Fu come staccarsi da qualcosa di caro. Il concetto che qualche locale si era fatto era questo: Zandonella doveva starsene a casa, vicino al focolare a menar la polenta e non rompere le scatole al prossimo “scoprendo” Schievenin.
Oggi tutto è calmo, c’è serenità e rispetto reciproco. Gli abitanti della valle rientrano nella categoria della “buona gente”. Purtroppo alle prese con pericoli di miniere e di acqua più che di palestra.
Nel 1974, sul numero due di Le Alpi Venete, esce un articolo che “lancia” la Valle di Schievenin come “trionfo della solitudine”. Auspicavo che l’invito a visitarla non finisse con il tramutare la valle in un immondezzaio. Mi pare che ciò non sia successo, grazie anche ai tanti ragazzi “puliti” che la frequentano. Resterebbe il problema del parcheggio, ma qui noi non possiamo fare nulla. Nel 1975 esce la prima edizione della guida Alta via degli Eroi, da Feltre a Bassano del Grappa, editore Tamari di Bologna. In appendice fa capolino, in modo timido e quasi riservato, una mini guida della palestra di roccia di Schievenin. Sono solo 22 vie, ma è pur sempre un inizio. Nell’edizione del 1986 (Sentieri, ferrate, arrampicate sul Massiccio del Grappa, Tamari) le vie descritte diventano 58, e sono solo le più importanti. Da allora sono passati quasi 25 anni e le vie di arrampicata, a tutti i livelli di difficoltà, oggi sono circa 400. Nel frattempo sono uscite altre guide: Pier Verri, Arrampicare nella Valle di Schievenin (edizione “Le Dolomiti Bellunesi”, 1988); Alfredo Pozza e Maria Petillo, Schievenin una valle in verticale (Canova, 1994); Maria Petillo, Schievenin, oltre le rocce (Canova, 1999); Pier Verri & Luciano Piccolotto, Schievenin, una valle da arrampicare (Zanetti, 2008). Ricordo anche gli scritti di A. Spavento, A. Campanile, G. Bressan, J. Rander e una menzione sul manuale didattico del Cai nel 1995.
Resta un rammarico. Si sperava che i locali approfittassero (commercialmente e turisticamente parlando) di questo flusso di visitatori, di questa manna piovuta dal cielo: sono migliaia i ragazzi che frequentano la valle. Si sperava che la comunità si desse una mossa agevolando l’apertura di un chiosco, di una trattoria, di un qualcosa che attraggano gli arrampicatori a restare qui, spendere qualche soldo, godere ancora un po’ di pace. Basterebbe un piatto di spaghetti o una salsiccia con polenta; qualche souvenir; cosa ci vuole?! Invece niente. Solo cose da bar nell’unico locale rimasto aperto in paese e meno male che c’è. Per fortuna alcuni giovani si sono ultimamente inventati una succosa primizia: toast con la soppressa da gustare nel bar della buona signora Mirella. Pare che vada per la maggiore.
Pitost de nient, l’è mejo pitost, diceva il simpatico “sceriffo” Gentilini di Treviso.
AL LANGTANG LIRUNG IN NEPAL
Ricordo di Bruno Crepaz
pubblicato da: admin in Memorie, alpinismo, avventura — 22 December, 2010 @ 12:21 am
Da ormai tre giorni abbiamo lasciato Dhunche, caotico villaggio a 1960 metri di quota, raggiunto con una jeep da Kathmandu attraverso fatiscenti strade polverose.
Siamo ormai dentro il Langtang National Park in salita verso Thulo Shyabru da dove traverseremo la florida foresta del Langtang lungo il “Tamang Heritage Trek”, delizioso cammino nel “patrimonio” dell’etnia nepalese dei Tamang.
Da Shyabru, 2250 metri, tipico paese della media montagna nepalese, una ripida discesa porta a 1550 metri sulle rive del tumultuoso Langtang Khola (affluente del fiume Bhote Kosi – letteralmente fiume del Tibet – che a sud di Dunche prende il nome di Trisuli). Da qui, con faticosa salita senza tregua ai margini del Khola impetuoso, il sentiero prosegue verso le alte quote dov’è la nostra meta. continua »
MISTERIOSO PAMIR
Parte II
pubblicato da: Italo Zandonella Callegher in Memorie, Racconti, alpinismo, storia — 7 October, 2010 @ 7:01 am
Vi proponiamo qui la seconda parte del racconto “Il Misterioso Pamir“.
(Parte I)…Eravamo in sei ad avanzare nella bruma, grigia come il fumo di Londra. Giunti, almeno così credevamo, nei pressi dell’inizio della cresta rocciosa, ci fermammo perplessi. Dov’era ‘sta cresta? Da che parte stava? A destra? a sinistra? davanti? Bussola non avevamo e non sarebbe servita granché; la visibilità era zero e la direzione era nota, ma con o senza bussola la cresta non si vedeva. Pensai che i compagni si aspettassero da me una decisione seria; ero o non ero il capo spedizione? Sì, ma ero anche un povero peccatore senza doti taumaturgiche. Ci fermammo sfiduciati, seduti nella neve, stanchi e pensosi, senza riparo dalla bufera. Ognuno sperava che l’altro dicesse: “Andiamo di qua; la discesa è lì, ne sono sicuro”. Invece niente. Nessuno parlava. C’era ben poco da dire. In questi casi è meglio tacere perché qualsiasi cosa dici di insicuro o di ovvio ti fa rischiare una carezza di piccozza in testa.
Non restava che piangere. O pregare. continua »
MISTERIOSO PAMIR
Parte I
pubblicato da: Italo Zandonella Callegher in Memorie, Personaggi, Racconti, alpinismo, avventura, storia — 23 September, 2010 @ 12:46 pm
Quello che segue è un fatto strano. Ne scrivo per la prima volta. Finora era conosciuto solamente da due-tre persone e rappresenta un caso emblematico, successo anche ad altre persone in montagna, ma che non pensavo potesse accadere a me. Non si tratta, per capirci, del fenomeno chiamato “Spettro del Brocken” dovuto a rifrazioni che producono aloni colorati, né di altre misteriose manifestazioni della natura, ma di ben altro !
È successo qualche lustro fa quando, seppur agonizzante, c’era ancora l’Unione Sovietica a dominare sulle immense pianure dell’Asia Centrale e sulle incantevoli montagne che le fanno da sfondo. In quei tempi il potente Comitato per lo Sport dell’URSS organizzava i così detti Campi Alpinistici Internazionali; lo faceva, probabilmente – ma è solo una mia supposizione – perché voleva uscire dal limbo politico e ideologico nel quale anche questa “disciplina” era stata convogliata. Desiderava conoscere e far conoscere; pensava a uno scambio di tecniche e di conoscenze, cosa che avvenne veramente e fece rimbalzare l’alpinismo sovietico ai posti d’onore. continua »
ANGELO URSELLA
A 40 anni dalla morte
pubblicato da: Italo Zandonella Callegher in Memorie, Personaggi, Racconti, alpinismo — 12 July, 2010 @ 3:14 pm
Mattina del 14 luglio 1970. Tempo splendido. Due alpinisti friulani, Angelo Ursella di Buia e Sergio De Infanti di Ravascletto, provincia di Udine, stanno scalando la parete nord dell’Eiger. La sera si fermano a bivaccare su un terrazzino poco sopra il “Ragno”. A mezzanotte inizia a nevicare e continuerà per tutto il giorno seguente, mercoledì 15.
A metà pomeriggio di giovedì 16 ripartono; non possono più attendere, sono senza viveri e il tempo si è un po’ quietato. A poca distanza dal nevaio sommitale, Angelo cade e si incastra fatalmente in una fessura. Racconta De Infanti: «È quasi buio; la bufera ha ripreso con intensità ed io non ce la faccio più a tirare la corda. Angelo mi urla di mandargli il sacco da bivacco ed io lo faccio. Tutto ad un tratto mi guardo le mani e vedo una roba gialla mista a sangue che me le ricopre. Come se mi risvegliassi da un incubo, capisco la situazione. Angelo non risalirà più da quella fessura. Con la forza che aveva, anche con il bacino rotto, sarebbe riuscito a tirarsi su con le mani. Invece l’avevo tirato io, solo per pochi metri.» continua »
LA DIRETTISSIMA
pubblicato da: Italo Zandonella Callegher in Memorie, Personaggi, Racconti, alpinismo, avventura — 9 June, 2010 @ 7:51 am
La mia apparente serenità non tragga in inganno. Ho sofferto molto per la morte in montagna di alcuni amici alpinisti. Una decina, finora e spero proprio che le tristi sfilate dei funerali siano finite.
Un giorno i quattro alpinisti Zandonella (i fratelli Giuliano e Mario, primi cugini di Italo e Beppe, altra copia di fratelli) decidono di tentare l’apertura di una via sulla parete est di Punta Rivetti nel gruppo del Popèra, via che presentava tutti i crismi di una direttissima. La parete era (ed è) spettacolare, la giornata bellissima, calda, positiva. Di negativo ci fu solo il fatto che Mario, all’ultimo momento, informò di non poter partecipare perché impegnato con il lavoro. Faceva il meccanico di auto a Cortina. Ma ormai la macchina era psicologicamente e fisicamente ben oliata e gli altri tre partirono lo stesso. continua »
L’ALPINISTA DEI DINOSAURI
pubblicato da: Italo Zandonella Callegher in Libri, Memorie, Personaggi, alpinismo, avventura — 6 May, 2010 @ 1:34 pm
La lunga e straordinaria avventura umana di Cino Boccazzi, alpinista accademico degli anni d’oro, medico, giornalista, inviato speciale, scrittore, esploratore, uomo di grande cultura e altro ancora, si è conclusa nel 2009 all’età di 93 anni.
Nato ad Aosta nel 1916, Cino si sposta a Treviso dove praticherà con grande competenza e serietà la professione di medico urologo. Nel 1937 scopre il canottaggio e si cimenta ai Littoriali con l’armo di Jelmoni, Moschini e Smaghi. Nel 1940, appena ventiquattrenne, presentato da celebri “padrini” alpinisti del calibro di Aldo Bonacossa, Attilio Tissi e Raffaele Carlesso, viene ammesso nel Club Alpino Accademico Italiano con alle spalle un’ importante serie di arrampicate e di esplorazioni alpinistiche, specie nel Gruppo del Popèra e in generale nelle Dolomiti dove aveva iniziato la carriera in cordata con continua »
LA VALANGA DI NÉMES
pubblicato da: Italo Zandonella Callegher in Memorie, alpinismo, avventura — 8 April, 2010 @ 12:31 pm
Gli infausti eventi di quest’inverno balordo portano alla mente un fatto che mi capitò anni orsono e che poteva finire in malo modo. Lo racconto per spezzare una lancia a favore degli sci alpinisti, una categoria che, mai come in questo periodo, è stata considerata dalla stampa ignorante (nel senso che ignora la realtà mentre è prodiga di sentenze) come una banda di egoisti a caccia di suicidi. Nulla di più sbagliato.
Ci sono, è vero, delle persone che girano con la testa per aria, ma la maggior parte di chi fa sci alpinismo (intendo dire: quello “serio”), non ignora le regole, sa cosa si può e cosa non si può fare, conosce alla perfezione i rischi a cui va incontro e cerca in ogni modo di evitarli. In tanti anni di frequentazione della montagna – in roccia, su ghiaccio, su neve, d’estate, d’inverno, in spedizioni alpinistiche, in round d’alta quota in Himalaya, Tibet, Siberia, Africa, ecc. – non ho mai conosciuto un solo candidato suicida. Non erano tali neppure quei russi che ho visto scalare una parete da brivido negli Altaj giocando a nascondino con le valanghe. continua »



























