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	<title>Mountain Blog Autori - Italo Zandonella Callegher</title>
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		<title>ANGELO URSELLA A 40 anni dalla morte</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 15:14:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mountain Blog</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mattina del 14 luglio 1970. Tempo splendido. Due alpinisti friulani, Angelo Ursella di Buia e Sergio De Infanti di Ravascletto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/1-Angelo-Ursella.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-134" title="Angelo Ursella" src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/1-Angelo-Ursella.jpg" alt="" width="220" height="150" /></a>Mattina del <strong>14 luglio 1970</strong>. Tempo splendido. Due alpinisti friulani, <strong>Angelo Ursella</strong> di Buia e <strong>Sergio De Infanti </strong>di Ravascletto, provincia di Udine, stanno scalando la parete nord dell’Eiger. La sera si fermano a bivaccare su un terrazzino poco sopra il “Ragno”. A mezzanotte inizia a nevicare e continuerà per tutto il giorno seguente, mercoledì 15.</p>
<p>A metà pomeriggio di giovedì 16 ripartono; non possono più attendere, sono senza viveri e il tempo si è un po’ quietato. A  poca distanza dal nevaio sommitale, Angelo cade e si incastra fatalmente in una fessura. Racconta De Infanti: «<em>È quasi buio; la bufera ha ripreso con intensità ed io non ce la faccio più a tirare la corda. Angelo mi urla di mandargli il sacco da bivacco ed io lo faccio. Tutto ad un tratto mi guardo le mani e vedo una roba gialla mista a sangue che me le ricopre. Come se mi risvegliassi da un incubo, capisco la situazione. Angelo non risalirà più da quella fessura. Con la forza che aveva, anche con il bacino rotto, sarebbe riuscito a tirarsi su con le mani. Invece l’avevo tirato io, solo per pochi metri.</em>» <span id="more-133"></span>Angelo morirà, causa gravi lesioni al bacino e al torace, nel corso della notte fra il 16 e il 17 luglio 1970 dopo una terribile agonia. Aveva ventitre anni. (<em>Montagne e volontà, diario alpinistico di Angelo Ursella</em>, di Beppe e Italo Zandonella Callegher, prima, seconda e terza edizione 1973-1977, Antiga; la quarta edizione con il titolo Il ragazzo di Buia è di Vivalda, 1994).</p>
<p><a href="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/2-Angelo-Ursella-invernale-Creta-Cacciatori1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-139" title="2 Angelo Ursella invernale Creta Cacciatori" src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/2-Angelo-Ursella-invernale-Creta-Cacciatori1.jpg" alt="" width="150" height="206" /></a>Ero al rifugio Lavaredo con i “miei” e lì conobbi <strong>Angelo Ursella</strong>, venuto fin lassù per trovare amici e compagni di cordata. Il luogo divenne subito un cenacolo e si parlò e si rise fino a tardi. Fuori c’era burrasca. Una mattina ci portammo tutti all’attacco dello Spigolo Giallo. Con uno di noi Angelo fece il primo tiro e tutto finì lì; s’era rimesso a piovere. Ci lasciammo con un appuntamento che si concretizzò un venerdì, o un sabato, non me lo ricordo, ma non ha importanza. Non ricordo neppure l’anno. So che il mese era settembre, rimastomi nella memoria perché fu un mese strano, ricco di pioggia, vento, freddo.</p>
<p>Angelo Ursella e mio fratello Beppe erano saliti di tardo pomeriggio al rifugio Berti in Popèra, la “nostra casa”. Io li avrei raggiunti il mattino dopo, all’alba per salire con loro la via Comici al Campanile 2 di Popèra. Uno spettacolo vedere arrampicare quel ragazzo. Accarezzava, sfiorava leggero la roccia, non la assaliva rabbiosamente. Sulla traversata inferiore, sullo spigolo, sulla traversata superiore, sulla “parete marcia” della vetta… offrì un saggio accademico della sua bravura.</p>
<p>Ritornati al rifugio ci lasciamo trasportare dal buonumore. Angelo gira e rigira il berretto sulla testa dopo essersi accarezzato il ciuffo ribelle. Quando fa così è felice, se no non lo fa e basta!<br />
Ritorna la nebbia. Poi la montagna riprende a piangere, triste e inconsolabile. Parliamo dell’Eiger. Angelo si era convinto che “doveva” farlo. Un’irresistibile richiamo. E infatti lo fece, ma a pochi metri dalla vetta l’Orco l’ha tradito. Ha tradito lui, noi, tutti. La “meteora” Ursella si spegne in un universo pieno di speranze per l’alpinismo italiano.</p>
<p><a href="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/3-Angelo-Ursella-VI-grado-con-scarponi-rigidi.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-136" title="3 Angelo Ursella VI grado con scarponi rigidi" src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/3-Angelo-Ursella-VI-grado-con-scarponi-rigidi.jpg" alt="" width="150" height="205" /></a>Sono ritornato molte volte sul Campanile 2 di Popèra, una quindicina, credo, forse più. Una volta, dal profondo dei ricordi, ho visto Angelo risalire i dirupi verticali, fermarsi sulla grande cengia, salutarmi. Mi ha sorriso. Gli ho sorriso. Poi ha continuato ad arrampicare fino a scomparire fra i raggi di un magnifico sole di mezza estate. Ho suonato la mitica campana e sono ritornato a valle.</p>
<p>A quarant’anni dalla morte lo ricorderemo il <strong>18 luglio 2010</strong> sui Brentóni dove, con il ricavato del libro a lui dedicato, gli è stato dedicato un bivacco in segno di sincera amicizia.</p>
<p>Italo Zandonella Callegher</p>
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		<title>LA DIRETTISSIMA</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 07:51:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mountain Blog</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La mia apparente serenità non tragga in inganno. Ho sofferto molto per la morte in montagna di alcuni amici alpinisti. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/1-MARIO-ZANDONELLA-Guardia-PS-74.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-127" title="MARIO ZANDONELLA " src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/1-MARIO-ZANDONELLA-Guardia-PS-74.jpg" alt="" width="150" height="175" /></a>La mia apparente serenità non tragga in inganno. Ho sofferto molto per la <strong>morte in montagna</strong> di alcuni amici alpinisti. Una decina, finora e spero proprio che le tristi sfilate dei funerali siano finite.</p>
<p>Un giorno i quattro alpinisti <strong>Zandonella </strong>(i fratelli Giuliano e Mario, primi cugini di Italo e Beppe, altra copia di fratelli) decidono di tentare l’apertura di una via sulla parete est di Punta Rivetti nel gruppo del Popèra, via che presentava tutti i crismi di una direttissima. La parete era (ed è) spettacolare, la giornata bellissima, calda, positiva. Di negativo ci fu solo il fatto che Mario, all’ultimo momento, informò di non poter partecipare perché impegnato con il lavoro. Faceva il meccanico di auto a Cortina. Ma ormai la macchina era psicologicamente e fisicamente ben oliata e gli altri tre partirono lo stesso.<span id="more-126"></span><br />
La parte iniziale del nuovo itinerario non fu (e non è) uno scherzo; se poi consideriamo i tempi, le attrezzature e le scarpe di allora mi vien da dire modestamente che facemmo qualcosa di buono. I primi ripetitori dissero di aver trovato del VII (oggi si dice 6b+); ed erano dei “signor” ripetitori, mica dei pivelli! Per il passaggio chiave ci avevano dato sicurezza un buon chiodo e un paio di cunei. Quello che trovammo più in alto era “solo” quinto e sesto grado in zona vergine e rappresentava quanto di meglio si potesse desiderare da una arrampicata: verticalità, roccia ottima, ambiente superbo, buon umore. Una direttissima con i fiocchi, insomma, in puro stile classico. Giunti in cima nessuno pensò a dare un nome ufficiale a quella nuova via e non ho mai capito il perché. Si usa fare un battesimo in quelle occasioni; era successo altre volte … La chiamammo solo, molto genericamente, “la direttissima”.</p>
<p>Il giorno seguente, al mattino presto, giunse una telefonata di don Raffaello De Rocco, il “prete degli alpinistici”, parroco in quel di Zoldo. Il gestore del rifugio “Città di Fiume” lo aveva avvertito che Mario, partito all’alba di domenica per una solitaria &#8211; la sua specialità &#8211; sulla nord del Pelmo, non era rientrato. Conoscevo Mario come le mie tasche. Non era uno che si fermava a bivaccare. Partiva, arrivava in cima, tornava a casa in giornata. Era fortissimo, fra i migliori alpinisti della sua epoca. E non lo dico io, che posso essere di parte quale cugino/fratello, ma lo dicevano tutti. Era uno che arrampicava sul duro con gli scarponi e i jeans, un post sessantottino dell’alpinismo, coraggioso ma prudente; uno che aveva la testa dentro il settimo grado ed i piedi dentro gli scarponi rigidi. Che arrampicava come un angelo usando l’attrezzatura degli anni Settanta. Come dire: “tutto da ridere” se paragonata a quella di oggi.</p>
<p>Nessuno osava dirlo, ma capimmo subito che era successo il peggio del peggio. Partimmo subito, Giuliano, Beppe ed io. Con Beppe mi portai di corsa alla base della parete nord del Pelmo. Giunsi che la milza era impazzita. Il Soccorso alpino di Zoldo, bravo e tempestivo come sempre, era già arrivato sul luogo. Trovarono Mario che giaceva senza vita e mal ridotto dentro un crepaccio del nevaio terminale. Era caduto da chissà quale altezza. Nessuno aveva visto o sentito nulla. Di lui rimaneva lassù, sul fondo di quella assurda bara di ghiaccio, solo una macchia di sangue. Mario era morto il giorno prima, cioè il 26 luglio del 1975. Aveva 23 anni e mezzo.</p>
<p>Mario voleva fare la naja in un corpo e in un luogo dove avrebbe potuto arrampicare. Era già attivo da anni, esperto, fortissimo, apprezzato, amato. Lo chiamavano “il mite” per il suo carattere dolcissimo e per quel sorriso che non negava mai a nessuno. Un antidivo per eccellenza. Voleva andare alla Scuola Alpina di Aosta, per esempio &#8211; gli sarebbe piaciuto moltissimo &#8211; oppure a Predazzo nella Scuola della Guardia Finanza o a quella prestigiosa della Polizia di Stato a Moena.<br />
<a href="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/3-Punta-Rivetti-e-Gh-Pensile.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-128" title="3 Punta Rivetti e Gh  Pensile" src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/3-Punta-Rivetti-e-Gh-Pensile.jpg" alt="" width="150" height="228" /></a>I grandi esperti di settore lo mandarono a Taranto in marina! Una vergogna!<br />
Per fortuna fu “ripescato” dalla Polizia di Stato dopo che qualcuno aveva minacciato un’insurrezione popolar-comeliana per l’assurda destinazione.<br />
Nel “verbale” del Centro Addestramento Alpino della Polizia di Stato di Moena, alla quale era appartenuto, si legge: «La Guardia di P.S. Zandonella Callegher Mario … entra nel Corpo il 14 aprile 1971. Al termine del corso di istruzione viene nominato Guardia di P.S. e assegnato alla Scuola Alpina di Moena. Assieme all’Allievo Guardia Cozzolino Vincenzo detto “Enzo” ha affinato le sue capacità alpinistiche effettuando ripetuti allenamenti percorrendo molte vie classiche delle Dolomiti di Fassa, dell’Agordino, della Civetta e tante altre ancora. Lo stesso Zandonella ebbe modo di esprimere la sua ammirazione nei confronti del collega Cozzolino definendolo maestro dell’arrampicata. In un clima di reciproca stima e ammirazione le due Guardie arrampicavano spesso assieme per allenarsi in vista dell’apertura di una nuova via sulla Torre Trieste nel gruppo della Civetta. Il 18 luglio 1972, durante una salita di allenamento sulla Torre di Babele in Civetta effettuata in arrampicata libera, cioè non in cordata ma ognuno per proprio conto, assieme all’allievo Cozzolino, ad un certo punto, ormai a soli venti metri dalla cima, Cozzolino che si trovava davanti di pochi metri, vista la presenza di un chiodo piantato da altri alpinisti, decideva di agganciare un moschettone, probabilmente per facilitare una breve traversata a sinistra. Il chiodo però non reggeva alla prova di carico fuoriuscendo dalla fessura e determinando la caduta del Cozzolino che precipitava alla base della parete. La Guardia Zandonella, pur sconvolto dalla tragedia, riusciva comunque ad arrivare fino in cima e ridiscendeva per la via normale per portare soccorso al collega. Ivi giunto, constatava purtroppo che l’amico era deceduto e provvedeva a chiedere aiuto e a trasportare il corpo del Cozzolino alla camera mortuaria di Agordo con la collaborazione delle squadre del Soccorso Alpino e delle forze dell’ordine locali che avevano provveduto al rilievo dell’incidente. La Guardia Zandonella, nonostante questo tragico evento che ha lasciato un profondo segno nella sua vita di uomo e di alpinista, ha completato il corso in atto ed è rimasto in servizio presso la Scuola di P.S. di Moena fino al 15 dicembre 1972, data in cui è cessato dal servizio per dimissioni volontarie.»<br />
Ho riportato il documento ufficiale sulla morte di Cozzolino, redatto dalla Polizia di Stato, perché all’epoca dei fatti un alpinista accademico triestino disse che mai Cozzolino si sarebbe affidato a un chiodo, con questo quasi a voler coinvolgere Mario nella fatale caduta del compagno. Arrampicavano “in solitaria”, cioè non legati in cordata, non assicurati, distanti alcuni metri uno dall’altro; non potevano né intralciarsi né aiutarsi. Ognuno era arbitro della propria vita. Mario era assolutamente estraneo alla caduta fatale del celebre compagno e quel “signore” di Trieste dovette morsicarsi la lingua.</p>
<p>Il nostro giuramento di non arrampicare mai più fu tradito pochi giorni dopo i funerali di Mario. Infatti ci trovammo Giuliano, Beppe ed io alla base della parete nord del Pelmo. Volevamo perlustrare la via alla ricerca di ciò che mancava di Mario (che qui non dico per discrezione), ma anche per trovare qualche indizio utile a ricostruire la dinamica della sciagura. Salimmo un po’ indagando, cercando, frugando. Innanzitutto capimmo da vari segnali che il ragazzo era stato portato giù da una frana e non a causa di “un volo” dovuto a imperizia. Non che cambiasse qualcosa, ma già questo ci fece tirare un sospiro di sollievo. È così triste morire tragicamente; se poi succede per un proprio errore lo è ancora di più. La lunga scia di frana che solcava la muraglia diede certezza alla nostra supposizione. Non era più necessario salire tutto quel calvario e tornammo alla base, non prima di aver trovato su un minuscolo terrazzino &#8211; e capitò proprio a me &#8211; un pezzo di calotta cranica; su un altro c’era il martello da roccia spezzato in due; poi altre cose … Di Mario mancava ancora il casco con buona parte di quello che c’era dentro.<br />
Rovistammo sulle ghiaie della base. Non trovammo nulla! Uno spezzone di corda che Mario aveva ancora legata in vita quando ci recammo per il riconoscimento del corpo era spezzata, anzi sfilacciata. Segno che il ragazzo era stato “strappato” dalla parete in modo violento.</p>
<p>Poi finalmente ci decidemmo a battezzare la via aperta pochi giorni prima sulla Punta Rivetti: la chiamammo <strong>“Direttissima Mario Zandonella</strong>”. Se lui fosse stato con noi quel meraviglioso sabato di luglio sulla bella torre che svetta ai margini del Vallón Popèra, il nome della via sarebbe stato semplicemente “la direttissima”. Così invece … Ma con i se e con i ma non si scrive né la storia né il destino.</p>
<p>Fin dal 1978, per volontà della Sezione Val Comélico del Cai, Mario è ricordato con la ferrata di Croda Rossa di Popèra (negli anni Novanta si è aggiunto il fratello Giuliano) e con un bivacco sui Brentóni (assieme ad Angelo Ursella).</p>
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		<title>L’ALPINISTA DEI DINOSAURI</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 13:34:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mountain Blog</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La lunga e straordinaria avventura umana di Cino Boccazzi, alpinista accademico degli anni d’oro, medico, giornalista, inviato speciale, scrittore, esploratore, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/3-CINO-BOCCAZZI.jpg"><img class="size-full wp-image-117 alignleft" title="CINO BOCCAZZI" src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/3-CINO-BOCCAZZI.jpg" alt="" width="150" height="218" /></a>La lunga e straordinaria avventura umana di<strong> <a title="Cino Boccazzi" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cino_Boccazzi" target="_blank">Cino Boccazzi</a></strong>, alpinista accademico degli anni d’oro, medico, giornalista, inviato speciale, scrittore, esploratore, uomo di grande cultura e altro ancora, si è conclusa nel 2009 all’età di 93 anni.</p>
<p>Nato ad Aosta nel 1916, Cino si sposta a Treviso dove praticherà con grande competenza e serietà la professione di medico urologo. Nel 1937 scopre il canottaggio e si cimenta ai Littoriali con l’armo di Jelmoni, Moschini e Smaghi. Nel 1940, appena ventiquattrenne, presentato da celebri “padrini” alpinisti del calibro di Aldo Bonacossa, Attilio Tissi e Raffaele Carlesso, viene ammesso nel<a href="http://www.clubalpinoaccademico.it/" target="_blank"> Club Alpino Accademico Italiano </a>con alle spalle un&#8217; importante serie di arrampicate e di esplorazioni alpinistiche, specie nel Gruppo del Popèra e in generale nelle Dolomiti dove aveva iniziato la carriera in cordata con <span id="more-116"></span>Giuseppe “Bepi” Mazzotti (con lui fece la prima invernale del Cimon della Pala nel 1936) e la sua nutrita e agguerrita “squadra” composta, oltre Boccazzi e Mazzotti, da  Enrico Reginato, Arturo Dalmartello, Renzo Smaghi, Carlo Gera, Umberto Calosci, Nerina Cretier Mazzotti moglie di Bepi, il fratello Luigi Boccazzi, Carlo Tomsig e altri.</p>
<p>Nel suo curriculum alpinistico troviamo <strong>40 vie nuove</strong>, di cui 38 da capocordata e numerose ripetizioni classiche, anche invernali.<br />
Nel 1941 dirige la Scuola Nazionale di alpinismo invernale dolomitico “Emilio Comici” a Plan de Gralba organizzata dai GUF (Giovani Universitari Fascisti) di Treviso e dove figurano come istruttori anche Severino Casara ed Enrico Reginato (quest’ultimo, subito richiamato come ufficiale medico, viene spedito a Rikovo in Russia dove viene fatto prigioniero nel 1942. Rientrerà in Italia solo nel 1952 ricevendo una medaglia d’oro al V. M.).</p>
<p>Lo spirito avventuroso e un po’ guascone di Bocazzi lo porta a diventare nel corso dell’ultima guerra mondiale il mitico “<strong>tenente Piave</strong>”. In questa veste “opera” per conto dei servizi  segreti alleati e, quale ufficiale paracadutista volontario aggregato alla “Folgore”, viene “lanciato” in Friuli dietro le linee nemiche dove combatte contro forze tedesche e cosacche guadagnandosi una medaglia d’argento e una di bronzo al Valor Militare. Trovatosi infine davanti al plotone d’esecuzione, riesce a cavarsela in modo rocambolesco e per il rotto della cuffia…</p>
<p><a href="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/Boccazzi.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-124" title="Boccazzi" src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/Boccazzi.jpg" alt="" width="150" height="206" /></a>La passione per l’arrampicata lo porta su altri lidi; scopre il <strong>Sahara</strong>. Su quelle montagne apre 15 nuovi itinerari assieme ai noti Accademici del Cai Paolo Consiglio, Bruno Crepaz, Carlo Claus … Dirà di questa esperienza: «<em>Durante una spedizione alpinistica nelle montagne ignote dell&#8217;Aïr nel Sahara centrale (Niger), dalla cima di una montagna sconosciuta, raggiunta dopo una arrampicata di venti ore di grado estremo su vertiginose pareti di granito, ho visto un’immensa distesa di cime sconosciute e, in fondo, oltre le onde di sabbia, l’oceano. Ho ricordato tutte le leggende, l’Atlantide, Anderbouka &#8211; l’oasi fantasma che appare soltanto nei miraggi &#8211; la presenza di extraterrestri raffigurati nei graffiti e ho cominciato a percorrere il deserto che avrei poi attraversato 22 volte.</em>»</p>
<p>E ancora: «<em>… Il deserto mi ha dato una dimensione tale da farmi dimenticare molte cose, fra cui una operazione per un tumore da cui sono guarito&#8230; Viaggiare mi ha cambiato, mi ha permesso di percorrere sentieri di libertà, di trovarmi in mezzo a rivoluzioni &#8211; Algeria, Ciad, Ungheria -, dove uomini generosi combattevano per la libertà. Ne ho scritto in Il cimitero dei dinosauri, Sabbie d’Africa, Il fiume scomparso, Il condottiero dei Tuareg, Sahara, Vento sabbia e solitudine&#8230;</em>». E poi ancora La via dell’incenso e Le donne blu, ma anche romanzi come La bicicletta di mio padre (Premio Selezione Campiello 1999) e Il diavolo custode, storia di uno strano diavolo che afferma con convinzione di provenire dalle grandi montagne himalayane.</p>
<p>Passato, ma non dimenticato, il forte sentimento per l’alpinismo che l’aveva comunque ben forgiato, diventa <strong>esploratore </strong>e <strong>archeologo</strong>. Effettua, come dice lui stesso, 22 spedizioni nel Sahara, spesso traversandolo, trasferendo poi in libri divenuti famosi le scoperte sui resti pietrificati dei dinosauri, sui graffiti, sulla condizione delle donne sahariane, sulle culture arabo-islamiche… Una mole cartacea impressionante; 28 volumi, affascinanti per argomento e per lo stile assai piacevole e brillante. Purtroppo uno solo di questi è dedicato alla montagna: <em>Il nomade delle rocce</em> (Nuovi Sentieri, 1998) ed è un peccato, considerata la vasta attività dell’illustre alpinista.</p>
<p><a href="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/2-Reginato-Smaghi-Boccazzi.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-119" title="Reginato, Smaghi e Boccazzi" src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/2-Reginato-Smaghi-Boccazzi.jpg" alt="" width="240" height="150" /></a>Alle arrampicate e alle esplorazioni sahariane vanno aggiunti 18 viaggi di studio nello Yemen, in Arabia Saudita, Siria, Giordania, Sudan, Heggiaz, Rub al Kali, Hadramauth e Iran. Cosa che gli ha permesso di scrivere anche tre straordinarie biografie di personaggi altrettanto straordinari: <em>Padre de Foucauld</em>, <em>Kaosses il condottiero dei Tuareg </em>nel corso della Prima Guerra mondiale e il leggendario <em>Lawrence d’Arabia</em>.</p>
<p>Ora l’alpinista accademico, l’esploratore, il viaggiatore, lo scrittore fecondo (padre della scrittrice Kuki Gallmann che vive in Kenia ed è autrice di Sognavo l’Africa, 1993 &#8211; da cui è stato tratto un celebre film &#8211; e Notti africane, 1995), il dicitore incantevole e incantato, l’operatore culturale, l’uomo che nessuno dovrebbe dimenticare (specie a Treviso dove fu anche co-fondatore, direttore, componente e anima delle giurie del “<a title="premio mazzotti" href="http://www.premiomazzotti.it/" target="_blank">Premio Mazzotti</a>” e del “<a title="premio comisso" href="http://www.premiocomisso.it/index.html">Premio Comisso</a>” oltre ad aver svolto molteplici altre attività) sta scalando altre montagne, sta attraversando altri deserti. E chi non l’ha conosciuto resterà sorpreso nel constatare la mole incredibile della sua attività. Una “produzione” da autentico stacanovista dell’alpinismo e dell’avventura. Un vero diavolo e angelo custode, un viaggiatore instancabile. Proprio come quello del suo ultimo libro.</p>
<p>Italo Zandonella Callegher</p>
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		<title>LA VALANGA DI NÉMES</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 10:31:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Italo Zandonella Callegher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli infausti eventi di quest’inverno balordo portano alla mente un fatto che mi capitò anni orsono e che poteva finire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/4-valanga-di-nemes-al-centro.jpg" title="4-valanga-di-nemes-al-centro.JPG" alt="4-valanga-di-nemes-al-centro.JPG" align="left" hspace="5" vspace="5" />Gli infausti eventi di quest’inverno balordo portano alla mente un fatto che mi capitò anni orsono e che poteva finire in malo modo. Lo racconto per spezzare una lancia a favore degli <strong>sci alpinisti</strong>, una categoria che, mai come in questo periodo, è stata considerata dalla stampa ignorante (nel senso che ignora la realtà mentre è prodiga di sentenze) come una banda di egoisti a caccia di suicidi. Nulla di più sbagliato.</p>
<p>Ci sono, è vero, delle persone che girano con la testa per aria, ma la maggior parte di chi fa sci alpinismo (intendo dire: quello “serio”), non ignora le regole, sa cosa si può e cosa non si può fare, conosce alla perfezione i rischi a cui va incontro e cerca in ogni modo di evitarli. In tanti anni di frequentazione della montagna &#8211; in roccia, su ghiaccio, su neve, d’estate, d’inverno, in spedizioni alpinistiche, in round d’alta quota in Himalaya, Tibet, Siberia, Africa, ecc. &#8211; non ho mai conosciuto un solo candidato suicida. Non erano tali neppure quei russi che ho visto scalare una parete da brivido negli Altaj giocando a nascondino con le valanghe.<span id="more-107"></span> Qualche incosciente “gasato” l’ho incontrato a dire il vero, ma ho anche constatato che quando il gioco si faceva duro, il “gas” spariva come per incanto e tutto rientrava nella norma. Purtroppo qualcuno è tornato a casa “con il cappotto di legno”, come si dice dalle mie parti, e questa è una triste realtà che mi ha toccato personalmente con la scomparsa recente di due cari amici “al di sopra di ogni sospetto”:<strong> Giuliano De Marchi </strong>e <strong>Leonardo Gasperina</strong>. Ma è successo quasi sempre a causa del fato, dell’imponderabile, dell’umanamente inevitabile. Coloro, e sono tanti, che hanno gettato secchiate di fango sugli sci alpinisti (e anche sugli alpinisti e sulla povera “montagna assassina” che è totalmente innocente e non c’entra assolutamente nulla con le nostre debolezze o con le nostre sfortune) devono capire che all’appuntamento fatale di cui parla l’antica <strong>leggenda di Samarra </strong>- vuoi sulla strada come in montagna &#8211; nessuno può sfuggire!</p>
<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/1-monte-cavallino.jpg" title="1-monte-cavallino.jpg" alt="1-monte-cavallino.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />Un ricco mercante di Baghdad mandò il suo servo al mercato per fare provviste. Al ritorno, tremante e stravolto,  il servo disse di aver incontrato al mercato una donna vestita di nero. Era la morte che gli aveva fatto un gesto minaccioso. Allora il servo si fece prestare un cavallo e scappò al galoppo nella città di Samarra dove la morte non avrebbe potuto trovarlo. Il mercante quindi andò al mercato, incontrò la morte e le chiese come mai avesse minacciato il suo servo. «<em>Il mio gesto era di stupore, non di minaccia</em> &#8211; disse la morte -. <em>Non mi aspettavo di vederlo al mercato di Baghdad, dato che avevo con lui un appuntamento questa notte a Samarra.</em>»</p>
<p>Anni or sono un vecchio manufatto della Guardia di Finanza che giaceva abbandonato a due passi dalla casèra di Pian Formaggio in Val Digón (Comélico Superiore) fu riadattato a rifugio alpino a cura della Sezione Val Comélico del Cai e dotato di cucina, servizi, due dormitori per complessivi 31 posti letto e di tutto quanto occorreva per un dignitoso funzionamento. Situato poco sotto la cresta di confine con l’Austria, fu chiamato Rifugio Cavallino e adibito, primo in Italia, a soggiorni e corsi di Alpinismo Giovanile. In termini di marcia, l’iniziativa partì “in quarta” nel 1978, fu visitato dall’allora Presidente Generale Priotto e dal Consiglio Direttivo del Cai, poi passò alla “terza” e alla fine, come succede spesso anche alle lodevoli iniziative del Cai, si affievolì un po’.</p>
<p>Un giorno, anzi un pomeriggio d’inverno, raggiunsi il rifugio con mio fratello e due amici, tutti del Gruppo Rocciatori. Il nostro intento era di passare alcune ore in rifugio, cenare e poi salire fino al Monte Cavallino, da questo effettuare la traversata notturna al Passo Silvella, scendere all’Alpe di Némes, poi al Passo di Montecroce Comélico e infine a Valgrande. Una cosa tranquilla, ma con qualche incognita nel tratto Cavallino-Passo Silvella causa valanghe. Era chiaro a tutti che se ci fosse stato il benché minimo sentore di pericolo si sarebbe fatto dietro front, com’era già capitato e come capitò ancora in futuro.<br />
Avevo portato dal trevigiano un bottiglione di merlot (forse erano due, non ricordo bene). Ma ricordo perfettamente che all’interno del rifugio c’era un freddo boia, molto più che all’esterno. Così accendemmo la stufa, mangiammo qualcosa e … bevemmo tutto il bevibile. Ciò a dire: il bottiglione di merlot (ma insisto nel pensare che erano due) e una bottiglia di grappa. Colpa del freddo, naturalmente. Fatto sta che, invece di partire per la nostra avventura notturna (cosa che doveva essere saggia se si voleva evitare il pericolo di valanghe), ci buttammo in branda e ronfammo in modo ignobile fino all’alba.<br />
Un’alba radiosa che vide subito il ritiro di un compagno già sulla prima rampa sopra il rifugio; ufficialmente per la rottura di un attacco.<br />
I tre superstiti, con l’alito da cantiniere e un po’ annebbiati (non tanto dal merlot, quanto da quella porcheria di grappa che era fuori da ogni seria distillazione che vuole “la testa”, “il cuore” e “la coda”), ma con “le antenne dritte”, proseguirono per l’erta controllando che il lungo cordino rosso da valanga legato in vita non si staccasse. Era il nostro unico mezzo di avvistamento nel caso fossimo stati travolti da valanga. Allora si usava così e non c’erano gli apparecchi Arva; si andava nello stile “alla divina provvidenza”. Sembra un paradosso, ma allora c’erano meno morti. Forse erano in pochi a fare sci alpinismo? Non so! So di certo che non esisteva quella moda, quella mania di oggi dell’ “andiamo ad ogni costo”. Questa sì che è una vera sciocchezza senza attenuanti.</p>
<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/2-quaterna-silvella-traversata.jpg" title="2-quaterna-silvella-traversata.jpg" alt="2-quaterna-silvella-traversata.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />Dal Cavallino traversammo quelle maledette pale ripidissime che videro nel 1915 in nostri soldati morire a centinaia durante il tentativo di conquistare la cresta dove si annidavano al sicuro gli austro-ungarici.<br />
Tutto filò liscio. Si procedeva con molta cautela, staccati l’uno dall’altro di un bel po’ dove si intravedeva anche un minimo segno di pericolo, un cambiamento di neve, un accumulo a causa del vento, un sospetto qualsiasi. Giunti al Passo Silvella iniziammo finalmente la discesa, sempre concentrati, con molta attenzione. Non era tardi, ma il sole già riscaldava l’ambiente. Che pareva tranquillo, ben innevato da un “prodotto” compatto e sicuro.<br />
Il primo pensiero fu di scendere a sinistra, direttamente lungo le falde del Quaternà, magnificamente candido come una meringa. Ma qualcosa puzzava; c’erano tracce di vecchie slavine e l’insieme non ci piacque. Istinto? Percezione di pericolo? Così procedemmo “sul facile”, o su quello che erroneamente credevamo sicuro, traversando sotto i Frugnóni fino al fosso delle Pale del Decano. Da qui prosegue una discesa abbastanza erta, ma non eccessiva, peraltro già percorsa molte volte. In fondo alla pala si scorgeva la capanna dei pastori dell’Hirtenhütte. C’era sempre nell’aria quel qualcosa che non convinceva. Cosa? E chi lo sa! Fatto sta che procedemmo uno alla volta, ben distanziati per non gravare contemporaneamente sul manto nevoso che, di tanto in tanto, non era più compatto come prima. Dal rumore sembrava che sotto ci fosse del vuoto. Usammo tutte le nostre conoscenze, tutta l’intelligenza che in questi casi si fa lucida, con o senza merlot. C’è la pelle di mezzo e non si scherza.</p>
<p>Il primo di noi passò bene e procedette tranquillo nella discesa. Disse anche che, secondo lui, il tratto era sicuro. Allora partì il secondo, ma giunto poco oltre la metà del pendio si fermò un po’; aveva udito un rumore secco, inconfondibile. Si stava staccando una valanga. Io ero abbastanza lontano, fermo come un masso al di sopra del declivio su una specie di pianerottolo, ma non mi sentivo per nulla sicuro. All’improvviso, con un boato che mi tolse il sonno per parecchie notti e ancor oggi sento distintamente se mi concentro, la superficie nevosa alla mia altezza si spezzò. Si staccò di mezzo metro, poi di un metro, poi di cinque, quindi di dieci metri e scivolò verso il basso con me sopra. Sembravo l’albero di una barca a vela o un naufrago sul pack. Credevo di essere fermo e invece mi muovevo. Subito mi prende un senso di vertigine, mi viene da vomitare, la montagna attorno sfila inesorabilmente verso l’alto. Invece sono io che scivolo verso il basso. Ma allora mi muovo, perdinci!</p>
<p>Vedo distintamente l’amico sul margine opposto che sembra salire, lo sento tirar giù una madonna delle sue… poi lo vedo saltare oltre il distacco e uscirne. È salvo. Io resto l’unico fesso ad essere dentro in questo escremento bianco fino al collo.<br />
Dal rumore inconfondibile e dalla scena che mi si presenta capisco subito che si tratta di una valanga di lastroni, quella che ti sfugge sotto i piedi e dalla quale, se hai la fortuna di non cadere dentro fra i blocchi e possiedi un bel po’ di voglia di vivere, ti puoi salvare.<br />
Mi sento prigioniero, non posso fuggire.</p>
<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/e-frugnoni-la-disecsa.jpg" title="e-frugnoni-la-disecsa.JPG" alt="e-frugnoni-la-disecsa.JPG" align="left" hspace="5" vspace="5" />Cadrei fra i blocchi che si stanno moltiplicando, e alcuni sono veramente giganteschi. Farei la fine della polpa nel tritacarne. Il blocco che mi sostiene è molto esteso, sembra un iceberg alla deriva. Se continuerà a scivolare senza spezzarsi mi porterà a spasso fino al capolinea, a fine corsa. Ora mi scopro equilibrista. La paura della morte fa brutti scherzi. Se qualcuno mi avesse filmato, oggi quello spezzone sbancherebbe su you tube. Il viaggio dura per circa duecento metri. Non finisce mai. Poco prima del traguardo, che è un breve falsopiano con un boschetto di basse latifoglie sul margine a valle, il lastrone va in frantumi infrangendosi sugli arbusti. Me l’aspettavo e sono pronto a vendere cara la pelle. Eccomi ora dentro una poltiglia bianca nella quale “nuoto” in stile molto libero e dalla quale, solo per una questione di gran “di dietro”, riesco a uscire indenne.</p>
<p>Eravamo esperti, conoscevamo l’ambiente, la neve ci era amica e familiare fin da bambini eppure ci siamo cascati come imbecilli. Che è una categoria diversa da quella dei suicidi. Da allora mi sono convinto che esiste una specie di irresistibile richiamo del destino che ti dirige, senza che tu riesca a fermarti, là dove non saresti mai dovuto andare.<br />
Ed è là che trovi la tua Samarra.</p>
<p>Tempo fa un signore, alla fine di una mia conferenza, chiese come ho fatto a descrivere il caso del soldato Faina coinvolto in una valanga in Popèra (vedi capitolo a lui dedicato nel libro “<strong>La valanga di Selvapiana</strong>”). «<em>Lei non poteva essere presente </em>(no! altrimenti avrei 120 anni); <em>come ha potuto raccontare l’accaduto con particolari così verosimili?</em>» Gli ho risposto che ho semplicemente descritto ciò che avevo vissuto in prima persona.<br />
«<em>Improvvisamente a Faina sembra di volare, di muoversi senza muoversi, di avanzare stando fermo, con le gambe che non ubbidiscono più agli ordini del cervello. Ora gli gira anche la testa, ha un senso di nausea, tenta di connettere, di controllarsi. È sicuro di essere fermo … Eppur si muove! Solo dopo un po’ si rende conto della realtà: si trova nel cuore di un enorme smottamento che prende via via velocità e si dirige inesorabilmente verso il fondo della valle. Faina capisce al volo; sta scendendo a cavallo … di una valanga. Valanga o slavina? Sia quel che sia, è una robaccia di quelle dette “di scivolamento”, cioè una grande massa di neve che non precipita massacrando, ma scivola &#8211; più o meno dolcemente &#8211; in base al pendio su cui si muove. Non si scherza con questo tipo di valanga. Faina sa che deve assolutamente stare “a galla”, così come gli ha insegnato quel bravo caporale di</em> <em>Belluno quand’erano sul fronte dei Frugnóni. Se si lascia andare verrà sommerso, stritolato, sepolto. Deve “nuotarci” sopra, deve cavalcarla, quella valanga bastarda. E ci riesce. Più in basso la valanga acquista velocità, galoppa sui dossi, sobbalza, salta, si allarga, si stringe, frena, riparte … ma il fante resiste, resta in groppa, cavalca, nuota, si dimena, rifiuta il seppellimento, reagisce alla violenza delle ondate bianche, si ostina … Giunge illeso in fondo al pendio. È tutto bianco, il bravo Faina, come nel giorno della prima comunione, come un eroico cavaliere medioevale di cappa e spada, come un templare pronto per una cerimonia. Un mito d’altri tempi, un guerriero della fantasia.</em>»</p>
<p>L’appuntamento di Faina non era in Popèra come il mio non era a Némes.<br />
Dove sarà la mia Samarra ?</p>
<p>Italo Zandonella Callegher</p>
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		<title>ROUND DEL DHAULAGIRI</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Mar 2010 11:10:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Italo Zandonella Callegher</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memorie]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo i due contributi precedenti, entrambi usciti su Mountainblog, dedicati alla conoscenza di quello che è probabilmente il più grande [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/1-dhaula.jpg" title="1-dhaula.jpg" alt="1-dhaula.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />Dopo i due contributi precedenti, entrambi usciti su <a href="http://www.mountainblog.it/?p=1011" title="mountainblog" target="_blank"><strong>Mountainblog</strong></a>, dedicati alla conoscenza di quello che è probabilmente il più grande e remunerativo trekking nepalese, chiudiamo il ciclo dedicato al <strong>Dhaulagiri</strong>. Questo round, per dirla con gli inglesi, ha sempre destato grande interesse, ma anche parecchie perplessità dovute alle scarse e imprecise notizie in merito alla percorrenza e alle effettive difficoltà che si incontrano sul “terreno di gioco”.</p>
<p>Spero di essere riuscito a dare un’idea precisa in merito alla “circumnavigazione” dello stupendo colosso himalayano alto 8167 m, ottavo in ordine di altezza dei 14 ottomila, salito la prima volta esattamente 50 anni or sono da Kurt Diemberger con cinque compagni. Era il 13 maggio del 1960. Queste tre “puntate” vogliono anche essere un omaggio al grande <strong>Kurt </strong>che, con un criterio del tutto personale &#8211; senza offesa e senza sminuire le capacità degli altri -, considero il più caro e il più “umano” dei “quattordicimilisti”.</p>
<p><strong>1° giorno: </strong>  Partenza dall’Italia<br />
<strong>2° giorno:</strong>  	Arrivo a Kathmandu, 1340 m, capitale del Nepal.<br />
<strong>3° giorno: </strong>  Giorno libero per la visita di Kathmandu.<br />
<strong>4° giorno:</strong>   In auto o bus da Kathmandu a Beni; ore 8,30 per un viaggio tranquillo attraverso le colline nepalesi. Nell’ultimo tratto prima di Beni la strada è sterrata e mal ridotta.</p>
<p><strong>5° giorno:</strong>  Da Beni, grosso centro un po’ caotico sorto all’incontro di due grossi fiumi, il Khali Gandaki e il Myagdi Khola, inizia il trekking vero e proprio che porta a Babiyachaur (o Babychor 950 m) in 5 ore di facile cammino fra risaie, paesaggi quanto mai	bucolici, lindi villaggi distesi lungo il fiume Myagdi Khola. Pernottamento in tenda (sarà sempre così, tranne nella discesa lungo la Khali Gandaki).<span id="more-103"></span></p>
<p><strong>6° giorno:</strong>  	Lasciata Babiyachaur si sale dolcemente attraverso risaie e piccoli agglomerati fino alla confluenza del Myagdi con il Ritham Khola, provieniete da est. Nei pressi si stende il villaggio di Darbang a 1180 metri. Ora si prosegue a nord, sulla riva destra orografica del Myagdi (si scorge sulla sinistra or., in alto, un sentiero che risale quel versante). Qui facciamo la conoscenza con un gruppo di maoisti, ossia i noti ribelli al governo centrale. Per passare dobbiamo pagare una royalty in dollari; cosa seccante, non tanto per i pochi soldi, quanto per l’assurda pretesa a carico dei trekker che già hanno pagato l’entrata … La tappa si chiude a Dharapani, 1400 m, dopo 5 ore di comodo cammino.</p>
<p><strong>7° giorno:</strong> 	Il buon sentiero continua sulla destra or. del fiume, passa alcuni gruppi di misere casupole e infine sale decisamente al villaggio di Muri a 1850 m che si raggiunge dopo 6 ore di marcia. Muri è un grosso paese, il maggiore della valle, alto sulla costa, disteso entro un catino naturale fra le montagne circostanti e dove si coltiva abbondantemente la patata.</p>
<p><strong>8° giorno:</strong> 	Da Muri si scende decisamente, a lungo,si tocca il fondo della valle, si passa un torrente e si riprende a seguire la sponda sinistra or. del Myagdi fin dove un’interruzione costringe a salire per circa 1000 metri di dislivello e quindi scendere, ormai di notte, al misero villaggio di Baghar, 2080 m; è una tappa dura, con circa 8 ore di cammino faticoso. Si devono vincere molti saliscendi e salire una «parete d’erba» con conseguente lunga discesa su sentiero fangoso fino al villaggio. Qui c’è una scuola che pare “disoccupata” e gli abitanti non hanno un bel aspetto, seppur pacifici con noi. Baghar è l’ultimo paese della valle ed è anche il più misero.</p>
<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/3-dhaula.jpg" title="3-dhaula.jpg" alt="3-dhaula.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" /><strong>9° giorno:</strong> 	Quella del dopo Baghar non è una tappa difficile; si tratta in pratica di una lunga marcia di 6 ore dentro la fitta foresta. Si devono vincere alcuni saliscendi, stando sempre nei pressi del fiume che si fa sempre più stretto e rabbioso. Non ci sono più villaggi e la fermata viene fatta in una piccola radura attraversata da un rigagnolo. Subito a lato c’è una capanna, una specie di “trattoria” medioevale dove una donna, salita apposta, prepara la cena. Il luogo si chiama Dobang a 2520 m e qui piantiamo il campo ai lati della bella radura. Il Dhaulagiri appare parzialmente per la prima volta.<br />
<strong><br />
10° giorno:</strong>	Si procede per la foresta che si fa via via meno fitta aprendosi a belle vedute sul gigante. Dopo 4 ore di salita non faticosa, ma a saliscendi e sempre nella foresta di grossi cedri, si giunge ad un’altra radura dove si trova una misera capanna di cacciatori a pochi metri dal fiume impetuoso. E’ abitata da un giovane armato di vecchio fucile che offre ai portatori della carne di muflone, per cena e per il viaggio. Così la baracca diventa cucina e dormitorio insieme e i nostri porter si contendono i brevi spazi per la notte. Il luogo si chiama Sallagari e si trova a 3200 m di quota; incombe la mole occidentale del Dhaulagiri. Il campo viene piantato nella piccola e bella radura e il sonno è cullato dal rumore del fiume.</p>
<p><strong>11° giorno:	</strong>Lasciata Sallagari si sale per l’ultimo tratto della foresta fra gli enormi sempreverde, si traversa un bosco ceduo e infine si risale una costola magramente erbosa fino a giungere, dopo 4 ore non faticose, all’Italian Base Camp a 3660 metri. È un posto molto bello, aperto, solare, fra l’erba e i bassi cespugli, proprio sotto la parete ovest del Dhaulagiri, con eccellente vista sulla cerchia dei monti che svettano bianchi oltre la valle. In un breve ripiano c’è una costruzione di sassi irregolari, lunga e stretta, alquanto povera. Sembra una vecchia malga delle Alpi, ma per i porter è una preziosa “casa” e loro ci vanno a cucinare e passeranno la notte al riparo. Il nome “Campo Base Italiano” è dovuto alla spedizione italiana al Dhaulagiri nel 1976 effettuata dalle Aquile di San Martino di Castrozza e Guide del Primiero. Furono loro a installare questa base logistica che, in realtà, chiamarono “Campo Deposito” perché qui i 370 portatori, viste le difficoltà per scendere sul ghiacciaio che si trova poco oltre questo luogo, si fermarono rifiutandosi di proseguire. Il luogo divenne un grande magazzino: oltre 100 casse di materiale vario, viveri, tende e quant’altro. La spedizione, partita da Kathmandu il 28 febbraio 1976, iniziò il cammino direttamente da Pokhara e impiegò 13 giorni ad arrivare all’Italian Base Camp. Dopo l’ “ammutinamento” dei portatori restarono al servizio degli italiani il sirdar (capo dei portatori), 20 portatori d’alta quota, 9 sherpa e 4 sherpani (forti ragazze addette, oltre che a portare pesi, alla ricerca di legna per la cucina; oggi il fuoco è proibito.) Attrezzata la discesa sul ghiacciaio, ma anche la parte opposta dove c’era del ghiaccio vivo, salirono fino a quota 4100 m dove posero il “Campo Intermedio” dopo giorni di trasporti faticosi; nevicava ogni pomeriggio; di notte si scatenavano tremende bufere e rombavano le valanghe. Poco più in alto sorgeva, sulla morena laterale, sotto il Tsaurabong, quel poco che rimaneva del Japanese Base Camp del 1971. I giapponesi avevano tentato invano il Dhaulagiri V, 7618 m; vi rinunciarono lasciando tre morti causa valanga. Qui furono visti molti mufloni che i magars (popolazione della valle) venivano a cacciare. Finalmente il 23 marzo sorge il Campo Base vero e proprio a 4780 m di quota. Una squadra (dove c’è anche Sergio Martini) sale in perlustrazione fino al French Pass, un’altra costeggia l’Eiger (grande parete antistante il Dhaulagiri che assomiglia all’Orco del Bernese), risale il corridoio nevoso e si porta verso il Colle Nord Est dove inizia la via di Diemberger &amp; C. del 1960 (spedizione svizzero-austriaca), oggi considerata la via normale. Sceglieranno questo itinerario rinunciando alla idea originale di salire la “Pera”, cioè la diretta al centro  della parete nord, spazzata da valanghe. Il tempo è pessimo per tutto marzo, fino al 3 aprile. La vetta verrà raggiunta da Gian Paolo Zortea e Silvio Simoni il 4 maggio 1976. Luciano Gadenz si fermò poche decine di metri prima della cima causa congelamento. La spedizione restò assente dall’Italia per circa tre mesi.<br />
<strong><br />
12° giorno</strong>: Giorno di riposo e di acclimatazione al comodo, ma freddo Italian Base Camp.<br />
<strong>13° giorno: </strong>Poco sopra il campo si apre una voragine immensa dove si scaricano le valanghe dalla parete ovest del Dhaulagiri (è successo anche durante le due notti passate lì). Questa voragine è ghiacciata e pericolosa e va discesa fino alla base per un centinaio di metri circa (scivolare qui sarebbe la fine; sotto ci stanno dei brutti crepacci e un torrente impetuoso). Questo tratto è il più difficile e tecnico del giro e va attrezzato con corde fisse. Dal fondo si prende a salire la parte opposta, prima facilmente, poi per il ghiacciaio del Dhaulagiri, molto crepacciato, non banale, passando sotto le grandi pareti ovest e poi nord del Dhaulagiri. Il Japanese Base Camp viene sorpassato (non conviene fermarsi, è un posto squallido). E’ già buio quando arriviamo sotto l’Eiger del Dhaulagiri dove piantiamo il campo su ghiaccio e neve fresca: siamo al Dhaulagiri Base Camp a 4780 m, raggiunto dopo 8 ore di salita. Fa freddo e tira un po’ di vento; i portatori arrivano alla spicciolata; tappa durissima per loro, visto che si sono sobbarcati circa 1100 m di dislivello in salita con carichi non da poco conto.<br />
<strong><br />
</strong><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/2-dhaula.jpg" title="2-dhaula.jpg" alt="2-dhaula.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" /><strong>14° giorno:</strong>	Dal Campo Base vero e proprio si risale il ghiacciaio sulla destra orografica con parecchi saliscendi, quindi si entra in una valle larga, molto panoramica e sicura (mentre dalla nord del Dhaulagiri scendono paurose valanghe) e infine si sale per una costa innevata fino al French Pass 5360 m che ci accoglie con il suo vento rabbioso proveniente dal Tibet e dal Mustang che è a due passi. Al di la si apre la Hidden Valley (la valle nascosta, com’è in realtà), mediamente sui 5100 m; si scende verso questa traversando a destra fino a raggiungere il fondo dove si pianta il campo a 5100 m accompagnati nel lavoro da un vento freddo e impetuoso, davvero preoccupante. La tappa è lunga, un po’ faticosa causa la quota e ci si impiega circa 8 ore. Il campo viene piantato sulla neve in zona non protetta dal vento fortissimo; il freddo è pungente, ma secco e non pare proprio di aver toccato i -20°.<br />
<strong><br />
15° giorno: </strong> 	Dalla Hidden Valley dapprima si traversa poi si sale al Dhampus Pass, 5258 da dove si gode di una veduta immensa e straordinaria sul gruppo dell’Annapurna. Da qui si traversa a lungo, ma con numerosi saliscendi sempre sopra i 5000 m, verso sud est fino a un promontorio dove non c’è più neve e da dove appare la parte alta della valle Khali Gandaki, con Kagbeni e il Mustang e, più discosto, Muktinath. Da qui inizia la picchiata (famigerata) su Marpha che sta a quota 2670 metri. Questo vuol dire che dal Dhamphus Pass ci sono quasi 2600 metri di dislivello in discesa. È una cosa da ”spaccagambe”, eccessiva. Consiglio una fermata a Yak Kharka, 3680 m, dove c’è una “malga” abbastanza decorosa. A noi però, tanto per chiarire il dilemma, è capitato questo: la guida è letteralmente “fuggita” verso il villaggio e a noi non restò altro da fare che seguire lei e i portatori che avevano la nostra sacca (soprattutto con il sacco-pelo). Nella discesa “perdiamo” cinque porters che, furbi e mica tonti, si erano fermati a dormire nella malga di yak e scenderanno il giorno dopo. Il nostro arrivo a Marpha a 2670 m è poco trionfale; è già buio da tempo e sono passate circa 10-12 ore dalla partenza.</p>
<p><strong>16° giorno:	</strong>Giorno di riposo a Marpha per “leccarsi le ferite” e in attesa dei porters. Interessante visita al monastero e alle curiosità del luogo. Marpha, come già detto in un precedente blog, è un villaggio molto bello, lastricato, pulito dove è piacevole fermarsi un po’.</p>
<p><strong>17° giorno:</strong> Ora si deve percorrere in discesa tutta la Khali Gandaki e la cosa è leggera e<br />
piacevole. Dopo 6 ore si giunge a Ghasa, 2010 m, per un meritato riposo.</p>
<p><strong>18° giorno:</strong>	Da Ghasa si scende a Tatopani, 1190 m, impiegando altre 6 ore. Tatopani significa “calda acqua” ed è proprio così; infatti facciamo un doveroso (e doveroso) bagno ristoratore nelle sue terme a cielo aperto sotto lo sguardo curioso di una piccola folla di “villeggianti” locali.</p>
<p><strong>19° giorno:</strong> 	Si rientra a Beni, 950 , con circa 4 ore a piedi e un tratto in jeep, chiudendo così il Meraviglioso giro o round del Dhaulagiri.</p>
<p><strong>20° giorno:</strong>	Beni-Kathmandu-Hotel in bus; 294 km in 8 ore circa.<br />
<strong>21° giorno:	</strong>Giornata libera per visite a Kathmandu e dintorni.<br />
<strong>22° giorno:</strong>	Giornata libera per visite a Kathmandu, templi e cittadelle.<br />
<strong>23° giorno:</strong>	Partenza da Kathmandu.<br />
<strong>24° giorno:</strong> 	Arrivo in Italia.</p>
<p>Italo Zandonella Callegher</p>
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		<title>KHALI GANDAKI, ADDIO</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 14:15:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Italo Zandonella Callegher</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memorie]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Marpha è un bellissimo paese adagiato in quota nell’unico tratto pianeggiante della immensa valle della Khali Gandaki. Una valle famosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/5-gallery-zandonella-il-dhaulagiri-dal-passo-dei-francesi-5360-m.jpg" rel="lightbox" title="5-gallery-zandonella-il-dhaulagiri-dal-passo-dei-francesi-5360-m.jpg"><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/5-gallery-zandonella-il-dhaulagiri-dal-passo-dei-francesi-5360-m-150x150.jpg" title="5-gallery-zandonella-il-dhaulagiri-dal-passo-dei-francesi-5360-m.jpg" alt="5-gallery-zandonella-il-dhaulagiri-dal-passo-dei-francesi-5360-m.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" /></a><strong>Marpha </strong>è un bellissimo paese adagiato in quota nell’unico tratto pianeggiante della immensa valle della Khali Gandaki. Una valle famosa perché rappresenta uno dei solchi più profondi della terra e si incastra fra il Dhaulagiri e l’Annapurna, giganti di oltre 8000 metri. Le viuzze del villaggio sono lastricate e l’acqua di un torrententello corre sotto le piastre regolari mantenendo il luogo lindo e caratteristico. Fermarsi qui per un po’ è quanto mai piacevole, specie a novembre quando la stagione offre i suoi gustosissimi frutti: piccoli mandarini dolci e ben maturi, nonostante la quota sfiori i 2700 metri. Alto sul colle fa bella mostra di sé un bellissimo monastero buddista che subito diventa meta di una mistica e piacevole visita.Ero già stato qui nel 1998 quando tutto sembrava ancora vergine o quasi. Allora scendevo la valle provenendo dall’alto Thorong La, il passo che divide l’Annapurna dal Dhaulagiri, cioè la Kali Gandaki dalla Marsyangdi Kola, con la mente immersa nei racconti dell’orientalista Giuseppe Tucci (1894-1984), il più grande esploratore italiano dell’Asia e portavoce di Mussolini in Giappone. Ma ricordavo anche il bel libro di Olga Ammann e Giulia Barletta con gli interessanti studi sulla “terra degli dei” (1982), nonché antesignane dell’italica voglia di fare trekking.<br />
<span id="more-99"></span><br />
Oggi per le vie dell’antico borgo scorazzano le moto; qualche trattore con rimorchio fa servizio di taxi tra un villaggio e l’altro e la parte superiore della valle si offusca entro un velo di pulviscolo. Tanta polvere che il vento, mai assente da queste parti, disperde sui declivi. Ma c’è dell’altro, qualcosa di vivace e di palpabile come la stessa polvere che ci turba. Un movimento strano che attira la nostra curiosità. Qua e la uno sparo, gente che corre, nuvole di terra che si alzano nell’aria fresca.</p>
<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/7-gallery-zandonella-verso-il-passo-dhamphus-5258-m-150x150.jpg" title="7-gallery-zandonella-verso-il-passo-dhamphus-5258-m.jpg" alt="7-gallery-zandonella-verso-il-passo-dhamphus-5258-m.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />Nella Khali Gandaki stanno costruendo una <strong>strada</strong>.<br />
Vari lotti sono già ultimati e nei luoghi dove è già possibile far “girare le ruote” si vedono veicoli strani, almeno per questi posti. Veicoli che gli elicotteri hanno portato fin quassù appesi alle loro pance di lamiera e che ora vanno sbuffando qua e là su due o su quattro ruote.<br />
Altri lotti, divisi per villaggio, sono in opera; è tutto un lavorio faraonico a colpi di spranghe, di mazze che fanno fori per le mine, di rotolar di massi per le scarpate, di griglie e barricate, di muretti fatiscenti, di ponti e ponticelli. Il tutto in condizioni di sicurezza da quinto mondo. Non ci sono altri lavori da queste parti e l’unico che si presenta pare sia proprio il benvenuto perché permette di mangiare un po’ di riso in più. In barba ai sindacati che non ci sono, ai controllori della sicurezza che devono ancora essere inventati, agli ingegneri che se ci sono non vigilano, ai compensi che immaginiamo da fame… In barba a tutto. Non c’è in giro un casco, un paio di scarpe sicure, un guanto di protezione, una tuta da lavoro, un qualche segnale di pericolo, una mascherina per la polvere. Nulla. La testa è nuda, i piedi sono nudi, la bocca è nuda. Tutto è nudo in termini di sicurezza.</p>
<p>Oggi da Marpha si sale in moto o con un trattore fino a Jomson dove si stende, a quota 2715 metri nella breve piana che dopo le 10 del mattino è frustata dal vento, il piccolo aeroporto che lo collega a Pokhara. Ma il “taxi-trattore” giunge anche fino a Kagbeni alle porte del Mustang o alla santa Muktinath ai piedi dell’Annapurna. Muktinath è il luogo mistico delle centouno fontane dove si recano in pellegrinaggio, tassativamente a piedi, buddisti e induisti per pregare i loro dei e dove ho pregato anch’io, seppur cristiano.<br />
Unica, sola, piccola soddisfazione per i nostalgici escursionisti amanti della natura incontaminata resta questa: nella parte medio-bassa della valle la nuova strada seguirà il corso destro orografico del fiume mentre il vecchio e glorioso tratturo dei portatori è inciso sulla sponda sinistra. Dunque chi lo desidera, chi vuole fare un tuffo nel passato, chi preferisce il profumo dei porter a quello della nafta potrà continuare a salire o scendere per la Khali Gandaki come ai vecchi tempi. Ma sarà impossibile far finta di non vedere e di non “sentire” la strada che scavalca e ferisce irrimediabilmente i dossi rocciosi sull’altro versante!</p>
<p>C’è di più: negli intenti del governo nepalese, come ci ha informato la guida, la nuova arteria dovrebbe raggiungere il Thorong La a quasi 5500 m, ben sopra Muktinath, per poi scendere nella splendida conca di Manang dell’Annapurna e quindi, per la stupenda valle del Marsyangdi Khola, raggiungere Besi Shahar sulla strada per Kathmandu. Naturalmente quando neve e slavine lo permetteranno. Conoscendo i tempi biblici di queste regioni, ci vorranno cinquant’anni. Ma ci arriveranno, eccome. Specie se dovesse giungere il possibile e probabile aiuto della Cina, sempre molto attenta alla creazione di nuove strade presso i suoi confini )perché potrebbero tornare utili un domani, non si sa mai …). Non è una novità.</p>
<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/4-gallery-zandonella-sul-ghiacciaio-del-dhaulagiri-150x150.jpg" title="4-gallery-zandonella-sul-ghiacciaio-del-dhaulagiri.jpg" alt="4-gallery-zandonella-sul-ghiacciaio-del-dhaulagiri.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />Io vivo nella <strong>Valle del Piave</strong> che fino all’Ottocento era come la Khali Gandaki. In quei tempi un tratturo per uomini e armenti collegava Belluno al Cadore e da lì, lungo mulattiere oggi impensabili, i “portatori” e i “signori” giungevano nell’idilliaco isolato Comélico, o ad Auronzo che ancora non aveva il lago, oppure nella valle del Bòite chiusa a San Vito da un confine, o nelle altre oasi dolomitiche. La vita degli uomini si svolgeva sulle sponde di quelle valli selvagge, percorse da impervi itinerari di collegamento. Poi qualcuno pensò che era bene costruirvi una strada e portare lassù, a quei quattro montanari barbari e incolti, un po’ di civiltà. Poco importa se quegli indigeni ne avevano già una di civiltà, tutta loro, dignitosa e millenaria; se già possedevano una cultura di prim’ordine; se le loro tradizioni tramandate da tempo erano gelosamente salvaguardate. La moderna via di comunicazione la fecero lo stesso; la fecero piano piano, tenacemente, in barba a tutte le critiche.<br />
Anche allora l’operazione non passò inosservata. Molti illuminati profeti, specie inglesi e tedeschi (quelli del “Gran Tour”, per capirci), che in casa loro conoscevano i lussi e le comodità dei tempi e che per diletto frequentavano i trekking &#8211; i tour &#8211; delle Dolomiti in cerca di emozioni e di avventure, gridarono allo scandalo …<br />
“<em>Che vergogna</em>”! La montagna delle loro scorribande e del loro diletto era stata violata.</p>
<p>Indubbiamente preferisco la Khali Gandaki di una dozzina di anni fa a quella di oggi e di domani, ma non mi sento di criticare i nepalesi. Altrimenti dovrei scagliarmi anche contro chi ha costruito la Strada d’Alemagna …<br />
C’è solo da meditare. Nel nome della civiltà si è fatto questo e tanto altro si farà ancora di peggio. Nei nostri ricordi resterà solo la favola, i bei ricordi.</p>
<p>“<em>C’era una volta una valle grandiosa, bella, interessante, la più profonda della terra, protetta da due montagne-madri altissime e coperte di nevi lucenti. Il suo nome era Khali Gandaki, il nome di una dea, o quello delle fiabe nepalesi. Era abitata da gente laboriosa e mite che viveva felice e contenta, cibandosi di riso e patate senza conoscere le sardine in scatola; lieta quando aveva un fardello di 50 chili da portare sulla schiena con l’aiuto della fronte perché quel peso significava “mangiare”; allegra in mezzo a un rosario di figli chiassosi e rubicondi con le pezze sul di dietro (e anche sul davanti) e il naso da pulire. Sereni !<br />
Poi un giorno giunsero lassù parecchi manovali mal vestiti e mal nutriti, armati di spranghe di ferro e sacchi di dinamite; uomini buoni e affamati mandati da uomini cattivi e sazi per ferire la montagna e fare una strada. E poi … bla, bla, bla.</em>”<br />
Per conoscere l’epilogo che dice “<em>… e vissero a lungo felici e contenti</em>” dovremo aspettare qualche generazione. Come è successo a noi!</p>

<a href='http://www.mountainblog.eu/italozandonella/?attachment_id=100' title='5-gallery-zandonella-il-dhaulagiri-dal-passo-dei-francesi-5360-m.jpg'><img width="150" height="150" src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/5-gallery-zandonella-il-dhaulagiri-dal-passo-dei-francesi-5360-m-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="5-gallery-zandonella-il-dhaulagiri-dal-passo-dei-francesi-5360-m.jpg" /></a>
<a href='http://www.mountainblog.eu/italozandonella/?attachment_id=101' title='7-gallery-zandonella-verso-il-passo-dhamphus-5258-m.jpg'><img width="150" height="150" src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/7-gallery-zandonella-verso-il-passo-dhamphus-5258-m-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="7-gallery-zandonella-verso-il-passo-dhamphus-5258-m.jpg" /></a>
<a href='http://www.mountainblog.eu/italozandonella/?attachment_id=102' title='4-gallery-zandonella-sul-ghiacciaio-del-dhaulagiri.jpg'><img width="150" height="150" src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/4-gallery-zandonella-sul-ghiacciaio-del-dhaulagiri-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="4-gallery-zandonella-sul-ghiacciaio-del-dhaulagiri.jpg" /></a>

<p>Italo Zandonella Callegher</p>
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		<title>ATTORNO AL DHAULAGIRI, GIGANTE HIMALAYANO</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 10:48:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Italo Zandonella Callegher</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[alpinismo]]></category>
		<category><![CDATA[avventura]]></category>

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		<description><![CDATA[Molti amici mi chiedono di parlare delle stupende esperienze himalayane riferite, in specie, ai lunghi giri d’alta quota attorno agli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/dhaulagiri-8165-m.jpg" title="dhaulagiri-8165-m.jpg" alt="dhaulagiri-8165-m.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />Molti amici mi chiedono di parlare delle stupende <strong>esperienze himalayane</strong> riferite, in specie, ai lunghi giri d’alta quota attorno agli Ottomila. Mentre raggiungere la cima di queste colossali montagne è da pochi, girarci attorno, raggiungendo in alcuni casi i 5500 metri e oltre, è possibile per molti. Basta essere muniti di un sano spirito d’avventura, di un discreto bagaglio tecnico, di buona conoscenza della montagna oltre, naturalmente, a possedere una buona salute e un ottimo allenamento alle fatiche, ai disagi, ai sacrifici.</p>
<p>Accolgo con piacere l’opportunità che mi viene suggerita e inizio dall’ultimo giro in ordine di percorrenza: quello effettuato attorno al <strong>Dhaulagiri</strong>, 8165 metri, in Nepal.<br />
Non mi soffermo a raccontare le caratteristiche di Khatmandu e dintorni, o il sistema di vita del popolo nepalese o la capacità delle guide sherpa e dei portatori, o altre cose che libri, film e televisione ci hanno già propinato a sufficienza, ma passo subito “all’azione”, per tappe.<span id="more-94"></span></p>
<p>Dopo aver realizzato il fantastico giro del gruppo dell’Annapurna, aver risalita la Valle di Gokyo fino al maestoso Cho Oyu, percorsa l’affollata valle del Kumbu fino all’Everest, realizzata la salita al selvaggio ghiacciaio nord del Kanchenjunga e compiuto il giro incantevole del Manaslu, mi mancava dei grandi round d’alta quota nell’Himalaya nepalese solo quello del Dhaulagiri.<br />
<img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/annapurna.jpg" title="annapurna.jpg" alt="annapurna.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />Dalla capitale Kathmandu a Beni, grosso villaggio alla confluenza dei fiumi Khali Gandaki e Myagdi Khola a ovest di Pokhara, corrono 294 chilometri di strada asfaltata, tranne gli ultimi che sono su terra battuta, tutto buche e fango. Qui inizia il grande trek che traversa subito la fertile piana, bagnata dal Myagdi Khola, fra risaie rigogliose e villaggi di un lindore straordinario. A Darbang incontriamo i tristemente famosi maoisti, gruppo “politico” non del tutto pacifico, ribelle al governo centrale e che, stando alle statistiche, controllava l’80% del Nepal. Caduta la monarchia i maoisti sono entrati nel Governo nazionale e si calmano un po’, ma dura poco. Ora sono usciti dal Governo e pare che tutto stia tornando come prima.<br />
Per farci passare sul loro territorio vogliono 17 dollari di “Travelling Tax” ciascuno. Non c’è nulla da discutere, non ci sono filosofie da invocare; loro sono giovanissimi, calmi, educati, ma decisi. Paghiamo il dovuto ad una ragazzina che veste alla Che Guevara e che rilascia una ricevuta sulla quale campeggiano due bandiere rosse e, al centro, le effigi di Mao, Stalin, Lenin, Trotzkij e Marx con la scritta:</p>
<p>“<em>Unit all the oppressed classes &amp; people of the world. Long live Marxism-Leninism-Maoism. Tourist fee receipt n. 1465 for the protection of language, culture and art of Magarat Autonomoust Region, for the development of tourist areas and to keep them clean and beautiful and finally to bring about the complete change by completing the Nepalese Revolution, your help will be important. We welcome you and our heartfelt thanks for your help</em>”. Firmato: “<em>United Revolutionary District People’s Council, Myagdi Magarant Autonomous Republic Nepal</em>”.</p>
<p>Se per loro non fosse una cosa estremamente seria, e quindi degna del massimo rispetto, per noi sarebbe tutto da ridere per come si svolgono le inutili trattative. Senza contare che il nostro gruppetto &#8211; siamo in quattro &#8211; pare sia stato  l’ultimo dei pirla a pagare la gabella.<br />
Muri è un grosso villaggio appollaiato sulla costa solatia, alto sopra il fiume. Lo si raggiunge e lo si scavalca, poi si risale una faticosa e ripidissima “parete di erba” per mille metri di dislivello causa un franamento sul sentiero basso.</p>
<p><strong>Baghar </strong>è solo un fagotto di case modeste, ultimo agglomerato della valle, dove giungiamo di notte. In novembre qui è buio alle 17.00. Alcuni ubriaconi fanno “filò” sotto un portico fino a tarda sera, poi litigano, urlano, fanno un gran casino. Deve essere il loro “grande fratello”. Una donna si intromette e a suon di ceffoni manda il marito a letto. Gli altri non fiatano; noi portiamo pazienza, in fondo è casa loro.</p>
<p>La tappa fino a Dobang è piacevole, porta ad una radura traversata da un ruscello nel bel mezzo della foresta. C’è una misera capanna, una specie di “piedi-grill”, con dentro una giovane donna volonterosa che ci cucina una brodaglia all’aglio che sto ancora digerendo. In alto compare per la prima volta il Dhaulagiri, signore incontrastato della valle.<br />
Sallagari è solo un nome sulla carta; è una piccola radura che si apre fra enormi alberi di cedro in riva ad un fiumiciattolo impetuoso. Ai margini del prato dove piantiamo le tende sorge una piccola baracca di tronchi e frasche, bassa, piena di fumo, degna dei romanzi di Salgari. Lì dentro, fra pelli, fuliggine e carabattole, vive un giovane cacciatore.</p>
<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/dhaula-26.jpg" title="dhaula-26.jpg" alt="dhaula-26.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />L’11 novembre siamo all’<strong>Italian Base Camp</strong>, il Campo Base Italiano, a circa 3700 metri. Solo la fantasia degli Italiani poteva scovare un posto così delizioso, immerso tra mille fiori e bassi arbusti subito sotto alla enorme parete ovest del Dhaulagiri. Forse un po’ troppo sotto, a dire il vero. Frane e valanghe disturbano il nostro sonno, ma fortunatamente si scaricano in un grande canale a due passi dal campo. Al mattino dovremo scendere proprio per di la e la cosa non è esaltante.</p>
<p>Gli Italiani che si sono “inventati” questo campo erano i trentini della “<strong>Spedizione Aquile di San Martino e Guide del Primiero</strong>” che nel 1976 scalarono il Dhaulagiri. In realtà qui piantarono solo il “Campo Deposito”, poi a 4100 metri montarono il “Campo Intermedio” e infine, dopo settimane di tempo pessimo, installarono il Campo Base a 4700 metri sotto la parete nord, a ridosso dell’“Eiger del Dhaulagiri”, una enorme parete triangolare dove il sole arriva tardi e se ne va subito.<br />
All’Italian Base Camp c’è una rudimentale costruzione in muratura, una specie di malga lunga e stretta, che diventa subito l’albergo dei portatori. Il tempo è splendido, il riposo e l’acclimatazione seguono ritmi incantevoli mentre tutt’attorno ci scrutano le montagne immense.</p>
<p>Da qui al Dhaulagiri Base Camp e al French Pass e oltre le cose si fanno più serie. E’ finito l’avvicinamento escursionistico, inizia un tratto che sta sul confine fra un treek d’alta quota di ottimo livello e l’alpinismo. Prima difficoltà: dopo una breve salita per il magro pascolo fino alla base della parete ovest del Dhaulagiri, si giunge in testa all’impressionante canale delle frane e delle valanghe. Bisogna assolutamente scenderlo per raggiungere il ghiacciaio sottostante e continuare. Non ci sono alternative. Per farlo in sicurezza lo attrezziamo con oltre 100 metri di corde fisse per i portatori carichi di gerla, ma anche per noi visto che il tratto non è per nulla facile, che è gelato, che sotto ci sono crepacci entro il quale gorgheggia un torrente impetuoso. Infine risaliamo il ghiacciaio, non elementare, pieno di crepacci, di fenditure profonde a V, di quelle che se ci caschi dentro, rimani lì e sarà la tua tomba. Pensare a soccorsi in questa plaga è semplicemente ridicolo.</p>
<p>Saliamo per 1100 metri di dislivello fino al Dhaulagiri Base Camp, saltando lo Japanese Base Camp, troppo defilato e squallido dove i giapponesi giunsero nel 1970 con l’intenzione di salire il vergine Dhaulagiri V (7618 m, che sta di fronte al fratello maggiore, oltre il bacino del Myagdi), ma rinunciarono: ebbero tre morti causa una mostruosa valanga.<br />
Siamo ormai all’altezza del Monte Bianco. Gli ultimi portatori arrivano a notte fonda; giornata dura per loro! Dire che sono fortissimi è dire la solita frase fatta; sono molto di più. C’è neve fresca; le loro ghette servono a poco: delle strisce di plastica avvolte attorno alle caviglie.</p>
<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/pastori.jpg" title="pastori.jpg" alt="pastori.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />Il <strong>French Pass</strong> è a 5360 metri, oltre il ghiacciaio, sul lato nord del Dhaulagiri che ora si vede in tutta la sua magnificenza. Formidabile questo 8000. Apparentemente bonario, in realtà è un osso duro. Questa è forse la tappa più ambita. Sulla sinistra di chi sale sfilano i Dhaulagiri VI, V, IV, III e II. Il più “piccolo” è il VI, “solo” 7268 m; gli altri sono sui 7700. A destra si erge il Dhaulagiri I, 8165 metri. Poco più a nord svetta l’arditissimo Tukuche che sfiora i 7000. Siamo in una delle più belle e impressionanti bolge himalayane.<br />
Un vento fortissimo ci spinge letteralmente verso la Hidden Valley, la valle nascosta, com’è in realtà. Se la discendi finisci nei pressi del Mustang. Bisogna invece costeggiarla in alto e poi scendere un po’ fino alla sosta prevista, a quota 5100 m, dove si monta la tenda in quattro causa il forte vento. Sarà una notte fredda, -20°, forse -25°, con -15° in tenda. L’ottima attrezzatura di cui disponiamo permette un sonno caldo e tranquillo.</p>
<p>Le salite non sono finite, ora si dovrà raggiungere il bellissimo ampio varco del Dhampus Pass a 5258 m da dove appare, oltre al vicino superbo Tukuche, tutta la catena dell’Annapurna che si alza oltre la valle immensa, sulla sinistra orografica del solco più profondo della Terra, la Khali Gandaki, un canyon di 8000 metri. È stata la prima valle ad essere aperta al turismo himalaiano in Nepal e ben descritta da Olga Ammann e Giulia Barletta nei loro libri usciti nel 1982 e nel 1984.</p>
<p>Non voglio qui raccontare la terrificante discesa dal Dhampus Pass a <strong>Marpha</strong>, il più grazioso villaggio della Khali Gandaki; mi verrebbe ancora da piangere. Sono 2600 metri di discesa a capofitto, fatti in un tardo pomeriggio di metà novembre. La mattinata e il primo “dopo pranzo” erano trascorsi nella salita al passo Dhampus e nella successiva lunga traversata a saliscendi, sempre su neve e oltre i 5000 metri di quota, fino alla costola rocciosa in vista del Mustang dove inizia l’infernale discesa per le ripide ghiaie, le pale erbose, il terreno argilloso e friabile. Con la pila, perché qui la notte giunge che neppure ti accorgi. Una cosa impietosa per muscoli e ginocchia. Perdiamo “per strada” cinque portatori che rivedremo il giorno dopo. Perdiamo peso in sudore e fatica … A tratti perdiamo pure la speranza di arrivare in fondo, ma poi pensiamo che se siamo lì non è per ordine del medico di famiglia, ma per nostra esclusiva volontà. Consiglierei, comunque, di fare tappa e passare la notte all’alpeggio di Yak Kharka a 3680 metri (una malga senza comodità, ai margini di un pascolo per yak, ma volendo si sta al coperto), soprattutto se vi si giunge di sera.<br />
Però Marpha è il più pittoresco villaggio della Khali Gandaki e questo ci fa dimenticare ogni fatica.</p>
<p>Della valle sottostante parleremo nel prossimo post&#8230;</p>
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		<title>UN PERSONAGGIO DIMENTICATO</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 15:01:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Italo Zandonella Callegher</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Memorie]]></category>
		<category><![CDATA[Personaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Un alpinista, considerato fra i maggiori del mondo, a una precisa domanda sulle vicende alpinistiche di Severino Casara, rispose seccato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/casara.jpg" title="casara.jpg" alt="casara.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />Un alpinista, considerato fra i maggiori del mondo, a una precisa domanda sulle vicende alpinistiche di <strong>Severino Casara</strong>, rispose seccato che lui si occupa solo di grandi uomini e non di “mezze figure”. Di fronte alla maestà e alla signorilità di una simile dichiarazione non possiamo che prendere atto e giudicare la battuta come un ennesimo gesto di impudente egocentrismo.<br />
La “mezza figura” di cui vogliamo parlare è proprio lui, <strong>Severino Casara</strong>, nato a Vicenza il 26 aprile 1903.<br />
La sua è una famiglia numerosa: padre, madre e otto figli, quattro maschi e quattro femmine,  dentro un ambiente sereno e religioso, nel quale trova posto la carità ai deboli e agli emarginati.<span id="more-89"></span></p>
<p>La madre, Cecila Toniazzi, svolge un utilissimo servizio sociale; spesso esce di notte per raccogliere giovani prostitute che accompagna alla Casa della Provvidenza.<br />
Il ragazzo, che dimostra temperamento calmo e tranquillo, preferisce lo studio e la lettura al gioco, ma non tanto da non parteciparvi assumendo sempre la parte dell’eroe.<br />
La sua prima arrampicata si svolge sul muro del castello di Giulietta e Romeo a Montecchio Maggiore sotto gli occhi del nonno terrorizzato che lo aiuta a scendere; come premio riceve in regalo un sonoro ceffone.</p>
<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/casara-libro-su-comici-1.jpg" title="casara-libro-su-comici-1.jpg" alt="casara-libro-su-comici-1.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />Il 3 novembre del 1918 si porta a <strong>Trento </strong>in bicicletta per essere presente alla liberazione della città. Nel 1919, sempre in bici, sale in <strong>Cadore</strong>, traversa fino a Cortina e Dobbiaco, poi scende a Brunico, Bolzano, Trento e rientra a Vicenza per la Valsugana. Nulla di straordinario, certo, ma il ragazzo ha solo 15 anni e le strade e i mezzi di allora non erano certo quelli di oggi.<br />
Partecipa alle tendopoli della Sucai e inizia ad arrampicare. È di questo periodo, anni Venti, la prima salita italiana da lui compiuta sulla Punta di Frida in Lavaredo.<br />
Nel 1921 realizza la sua prima via nuova nelle Piccole Dolomiti; nel 1922 un’altra al Baffelàn; nel 1923 altre otto vie nuove di cui tre nelle Dolomiti; nel 1924 “confeziona” dieci itinerari nuovi, tutti nelle Dolomiti del Cadore; nel 1925 ne compie dodici, compresa la discussa salita del 3 settembre agli strapiombi nord del Campanile di Val Montanaia. ù</p>
<p>Seguono altre nove vie vergini nel 1926 e la salita in vetta al Campanile “più bello del mondo”, cioè quello di Montanaia, per la posa della famosa campana, presenti ventitre alpinisti fra cui Luisa Fanton, Maria Breveglieri, Gina Pasti e i bellunesi Parizzi, Zancristoforo e Zanetti. Seguono altre otto vie nuove nel 1927, dieci nel 1928, quattordici nel 1929, quattro nel 1931, una nel 1936, una nel 1938, due nel 1940, cinque nel 1942, tre nel 1943, undici nel 1944, sette nel 1945, quattro nel 1947, due nel 1948, sei nel 1950, tre nel 1951, due nel 1954, due nel 1961, una nel 1962. Tutte in arrampicata libera, oltre a due vie in artificiale fatte sulla Cima d’Auronzo e al Salame del Sassolungo, entrambi con il fuoriclasse triestino Emilio Comici, morto il 19 ottobre 1940 nella palestra di Vallunga presso Selva di Val Gardena.<br />
In totale le vie nuove realizzate da Casara sono 130. Sono solo numeri, tanti numeri noiosi, ma che hanno contribuito a scrivere la storia dell’Alpinismo.</p>
<p>Naturalmente ci sono nel suo curriculum numerose ripetizioni di vie classiche. Questo basterebbe per far capire che ci troviamo davanti ad un alpinista con i fiocchi, anche se le difficoltà tecniche non sono mai state eccessive.<br />
Ma Casara non era solo un alpinista creativo, entusiasta e certamente un po’ malato di roccia; Casara  era anche molto di più:  sicuramente un puro, un genuino. Uno che per la montagna ha vissuto povero ed è morto povero.<br />
Fu<strong> scrittore prolifico</strong>, per esempio.</p>
<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/strapiombi-nord-montanaia.jpg" title="strapiombi-nord-montanaia.jpg" alt="strapiombi-nord-montanaia.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />La sua carriera si apre alla grande con <strong><em>Arrampicate libere nelle Dolomiti </em></strong>che esce nel 1944 ed è un inno a quelle montagne; seguono <em><strong>Al sole delle Dolomiti</strong></em> nel 1947; del 1950 è la seconda edizione, diversa dalla prima, di Arrampicate libere nelle Dolomiti; <em><strong>Cantico delle Dolomiti</strong></em> esce nel 1955; <em><strong>L’arte di arrampicare di Emilio Comici </strong></em>nel 1957; <em><strong>Le meraviglie delle Alpi nel 1957</strong></em>; <em><strong>Fole e folletti nelle Dolomiti </strong></em>nel 1966; <em><strong>Le Dolomiti di Feltre </strong></em>nel 1969; <em><strong>Preuss l’alpinista leggendario</strong></em> del 1970 (questo poderosa ricerca storica gli valse il massimo podio a Trento del neonato “Premio Itas”); segue <em><strong>Arrampicare come Comici</strong></em>, s. d.; poi <em><strong>Incanto delle Dolomiti </strong></em>nel 1978; <em><strong>Rapsodia africana</strong></em>, s.d.;<em><strong> Il Libro d’oro delle Dolomiti </strong></em>nel 1980.<br />
<em><strong>Le Dolomiti del Piave</strong></em> è un dattiloscritto inedito che completerebbe la sua trilogia dedicata alle valli del Boite, dell’Ansièi e del Piave. Attualmente è in cantiere per una degna pubblicazione.</p>
<p>Casara parlava anche di un libro dal titolo <em><strong>Processo a un alpinista </strong></em>con la narrazione della sua discussa salita degli strapiombi nord del Campanile di Val Montanaia e le relative “persecuzioni” durate una vita. Ma questo volume atteso non è mai stato pubblicato, forse neppure mai scritto visto che in archivio non v’è traccia.<br />
La sua opera letteraria, dunque, consta di 14 volumi. Opere che hanno lasciato una traccia profonda in coloro che li hanno letti.</p>
<p>Ma non è tutto. Casara è stato un eccellente <strong>regista cinematografico</strong>. Tutto inizia nel 1949 con un’opera prima indimenticabile: <em><strong>Cavalieri della montagna</strong></em>, un ottimo lungometraggio realizzato d’inverno sulle Tre Cime di Lavaredo dove i protagonisti sono lo stesso Casara (nella parte di Comici), Walter Cavallini (Paul Preuss) e il sommo Angelo Dibona (paterno custode del rifugio a Forcella Longeres-Auronzo). Nel 1950 esce <em><strong> Il più bel Campanile del mondo</strong></em>, quello di Montanaia naturalmente, quando sulla vetta, raggiunta da varie cordate, viene celebrata la prima messa. La Guglia Edmondo De Amicis, del 1952, è la funambolica traversata per giungere sulla vetta della celebre guglia sopra Misurina, un alpinismo acrobatico ante litteram. Le imprese di Emilio Comici, del 1952, è un caro ricordo del grande alpinista e amico personale del regista; il film si chiude con il tragico episodio della morte del grande triestino. <em><strong>Letargo invernale</strong></em>, del 1953, è opera poetica in una solitaria contrada di Sappada, fra le case di legno e la genuinità di allora, con la neve che racconta la vita di un inverno. <em><strong>La valle degli antichi guerrieri</strong></em>, del 1954, è una la leggenda dei fiori di montagna, un gioiello d’arte cinematografica. <em><strong> Luci d’oro sulle Dolomiti</strong></em>, del 1954, un quadro dalle tinte vivaci e affascinanti. <em><strong>Vita di Guida</strong></em>, del 1954, breve storia delle guide di Valtournanche che sostituiscono le corde sul Cervino. <em><strong>Han legato il gigante</strong></em>, del 1954, con le guide di Courmayer che cambiano le corde sul Dente del Gigante.  <em><strong>Angoli del Cadore</strong></em>, del 1954, fresca finestra sul Cadore, un inno a quella terra, premiato al Festival di Trento nato poco prima, nel 1952. <strong><em>Luci d’oro nelle Dolomiti</em></strong>, del 1954, un autunno dolomitico con scene di scalate.<em><strong><br />
Le viole di San Bastian </strong></em>del 1955, racconta un giorno d’autunno in un angolo sperduto delle Dolomiti. <em><strong>Il Piave torrente</strong></em>, del 1955, storia di un giovane che nasce vicino alle sorgenti e muore in guerra alla sua foce quando ha vent’anni.  <em><strong>La corda in montagna</strong></em>, del 1955, dove parla la corda manovrata da Cesare Maestri e Leo Gasperl nelle Dolomiti e nelle Alpi Occidentali. <em><strong>Palestra di campioni</strong></em>, del 1955, girato a Cervinia e a Sestriere dove i campioni internazionali si allenano per le olimpiadi di Cortina. <em><strong>Al sole delle Dolomiti</strong></em>, del 1955, una meravigliosa tavolozza di colori nella terra di Tiziano, premiato al Festival di Venezia. <em><strong>Uomini e montagne</strong></em>, del 1955, ardita ascensione su ghiaccio fatta da Toni Gobbi e Giulio Salomone sul Monte Bianco, premiato al Festival di Venezia. Neve d’agosto, del 1955, brillante ripresa nella conca del Breuil con la fiabesca discesa di Leo Gasperl con gli sci e le “ali di pipistrello”. <em><strong>Oltre le nubi</strong></em>, del 1955, Francesco Mazzetta e Valerio Quinz compiono un’ardua scalata nelle Dolomiti; c’è un terzo protagonista, il loro cane, che attende alla base.</p>
<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/nord-montanaia.jpg" title="nord-montanaia.jpg" alt="nord-montanaia.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />Casara era un uomo che lavorava moltissimo se si considera che in soli due anni realizzò ben 14 film: sei nel 1954, otto nel 1955, i suoi anni d’oro. Nel 1958 gira  <em><strong>D’estate a scuola di sci sulle nevi dello Stelvio </strong></em>con la partecipazione di veri campioni.<em><strong> Europa dall’alto</strong></em>, del 1959, è il film delle Alpi, un inno alla montagna italiana. <em><strong>In Gioventù sul Brenta</strong></em>, del 1967, alcuni giovani beat salgono in Brenta a suon di chitarra e molto chiasso, ma poi vengono attratti dalla montagna e ammirano la leggendaria salita che un alpinista sta facendo sulla via di Preuss al Campanil Basso; l’alpinista-attore nella bellissima ripresa è l’accademico trentino Diego Baratieri. Altri film di cui non si conosce la data di realizzazione, e risultano introvabili, sono: <em><strong>Il richiamo dell’alpe splendente</strong></em>, <em><strong>Europa 3000 sugli sci,</strong></em> <em><strong>A gara con le aquile</strong></em>, <strong><em>Una corda e un tozzo di pane</em></strong>, <strong><em>Gente di montagna</em></strong>, <em><strong>Roccia e ghiaccio</strong></em>, <em><strong>Sulle Torri di Sella</strong></em>.</p>
<p>In totale sono ventisette film. 27 piccole perle di arte cinematografica, a volte impregnate della retorica tipica di quell’epoca, ma certamente arte genuina e reale, senza le finzioni dei nostri giorni.</p>
<p>Ecco: questo è Severino Casara, la “mezza figura” nell’infelice definizione di “un grande”. E’ il Casara delle vie nuove, della letteratura, dell’arte cinematografica. E’ l’uomo “completo” che ha subito un “processo”, anzi due, perché avrebbe raccontato nel 1925 una colossale balla alpinistica circa la prima salita degli strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia. <em>L’ha fatta questa via? Non l’ha fatta? </em>Nessuno lo sa con precisione, non c’erano testimoni. Ma non ha importanza. Prove o non prove lo hanno ugualmente condannato all’ergastolo visto che ha vissuto 50 anni con questo peso sulle spalle. Neppure il beneficio dell’insufficienza di prove. Condannato dall’opinione pubblica alpinistica di un certo settore. Punto! Complice una presunta omosessualità (non esistente, secondo chi l’ha conosciuto bene, cioè la sorella Lelia, Emilio Comici, Mario Salvadori e altri) che, in quei tempi di “virilità di Stato” e di beatificazione del mito, era inconcepibile, imperdonabile.<br />
Una simile “pena capitale” è scesa sulla testa di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Maestri" title="CESARE MAESTRI - WUKIPEDIA" target="_blank"><strong>Cesare Maestri </strong></a>e di <a href="http://www.alpinia.net/libri/verticale/vert_006cesen.html" title="TOMO CESEN" target="_blank"><strong>Tomo Cesen</strong></a>, tanto per nominare solo i più famosi. Ma lì si parlava (e si parla) del terribile Cerro Torre e del colossale Lhotse, con le loro immense vie e le difficoltà disumane. Sul Campanile di Val Montanaia, invece, si è creato un fatto assolutamente ridicolo, anomalo, assurdo, perché stiamo parlando di quattro (dicasi 4) metri quadri di parete; come dire: un paio di passaggi solamente per uno che aveva le braccia lunghissime come Casara. “<em>Di fronte al pericolo di morte</em> &#8211; mi ha detto un medico interpellato &#8211; <em>l’essere vivente riesce a produrre una carica di energia tale da superare se stesso</em>”. Niente da fare; Casara, nonostante le sue affermazione di innocenza, è stato condannato lo stesso. Ne valeva la pena?</p>
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		<title>PREMIO &#8220;ALPINI SEMPRE&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2009 13:37:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Italo Zandonella Callegher</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Dico quanto segue non per cercare inutili aspersioni di incenso, ma perché penso sinceramente di fare cosa gradita a coloro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/1-premio-ponzone-italo-alpini-sempre-2009-riass.jpg" title="1-premio-ponzone-italo-alpini-sempre-2009-riass.jpg" alt="1-premio-ponzone-italo-alpini-sempre-2009-riass.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />Dico quanto segue non per cercare inutili aspersioni di incenso, ma perché penso sinceramente di fare cosa gradita a coloro che hanno letto il libro <a href="http://www.gruppogism.it/?p=83" title="La Valanga di Selvapiana" target="_blank"><strong>La valanga di Selvapiana</strong></a>, che hanno espresso il proprio apprezzamento e che seguono i miei scritti anche attraverso questo blog.</p>
<p>La <strong>valanga</strong>, dunque, ha recentemente avuto un altro riconoscimento: il <a href="http://www.mountainblog.it/?p=936" target="_blank"><strong>Premio Nazionale di narrativa “Alpini sempre”</strong></a>, VII edizione, promosso dal gruppo Alpini di Ponzone, Sezione di Acqui Terme.</p>
<p>A consegnare il premio, in una cornice di festa alpina di grande coinvolgimento, sono stati il Presidente Nazionale dell’ANA <strong><a href="http://www.ana.it/index.php?module=ContentExpress&amp;func=display&amp;ceid=7" target="_blank">Corrado Perona</a> </strong>e il giornalista televisivo<strong> <a href="http://www.priulieverlucca.it/statici/Autori/295.asp" target="_blank">Franco Piccinelli</a> </strong>Presidente della Giuria (composta, oltre che da Piccinelli, da Sergio Arditi, Bruno Chiodo, Giuseppe Corrado, Andrea Mignone, Carlo Prosperi, Roberto Vela, Arturo Vercellino).<span id="more-86"></span><br />
La motivazione recita: “<em>E&#8217;, questa, una storia a suo modo epica di guerra, di alpini e di alpinismo, sullo sfondo di un paesaggio tanto infido quanto splendido nella sua altera imponenza, ai limiti dell&#8217;accessibilità. Nell&#8217;inverno 1915-1916, tra le torri e le guglie del gruppo dolomitico del Popèra, gli alpini Mascabroni, al prezzo di sforzi sovrumani e di inenarrabili fatiche, raggiungono la Cima Undici e conquistano il Passo della Sentinella, sfidando la &#8220;morte bianca&#8221; e mille altri pericoli. È una guerra condotta su due fronti: contro gli austriaci da un lato e contro la natura dall&#8217;altro, in un susseguirsi mozzafiato di episodi tragici ed eroici. Il tutto raccontato con asciutta sobrietà di stile, da cui tuttavia traspare, incontenibile, un&#8217;ammirata commozione</em>.&#8221;</p>
<p>Dal belvedere sensazionale di Ponzone, provincia di Alessandria, una terra benedetta che sta a cavallo fra il Monferrato e le Langhe &#8211; dicono sia il secondo miglior punto panoramico d’Italia &#8211; non è stato possibile ammirare tutta la cerchia di montagne che si espande dalle Alpi Occidentali alle Dolomiti perché la fitta pioggia non l’ha permesso. Questo non ha impedito che gli animi si scaldassero con un buon bicchiere di barbera, seguito da specialità piemontesi offerte dagli Alpini in un pregiato ristorante.</p>
<p>De La valanga, dunque, abbiamo già parlato in un altro <a href="http://www.mountainblog.it/italozandonella/?p=49" target="_blank">post </a>e non voglio ripetermi, quindi, al di là di questo nuovo premio peraltro graditissimo, mi preme sottolineare l’importanza dell’iniziativa “<strong>Alpini Sempre</strong>” del <strong>Gruppo di Ponzone</strong>. Una realizzazione giunta alla settima edizione che fa onore e dà lustro all’intera benemerita <a href="http://www.ana.it/" title="ana"><strong>Associazione Nazionale Alpini</strong></a>.</p>
<p>Un secondo premio è andato a <em>Verso la naja</em>, interessante e simpatico racconto inedito di <strong>Orazio Bellè</strong>.<br />
Infine un riconoscimento speciale è stato consegnato a <em>Il segno degli Alpini</em>, libro del tutto particolare firmato da <strong>Roberto Piumini</strong>, geniale ideatore e autore della trasmissione televisiva Albero Azzurro e di quella radiofonica Radicchio, nonché autore di libri per piccoli e per grandi, tradotti in quaranta paesi. Il volume, delle Edizioni Arterigere di Varese, è curato dal Comitato Editoriale “<strong>IPDV-L’Impronta degli Alpini</strong>” che si è avvalso della collaborazione dell’<strong>8° Reggimento Alpini di Cividale del Friuli</strong>.</p>
<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/2-copertina_disegnaalpini.jpg" title="2-copertina_disegnaalpini.jpg" alt="2-copertina_disegnaalpini.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />“<em>Questo è un libro prezioso per molti motivi </em>- ha commentato il Presidente Perona &#8211; <em>perché è il risultato del lavoro dei bambini delle scuole primarie e secondarie che degli Alpini hanno dato immagini spontanee, semplici e immediate. I disegni sono il frutto del loro sentire, di come ci vedono. Lo stesso tema, Alpini in armi e in congedo, vede l’intera famiglia alpina come un tutt’uno, ed è così che l’hanno disegnata i ragazzi in tante tessere di un unico, armonioso mosaico. Un libro prezioso perché il ricavato andrà alla Fondazione don Carlo Gnocchi, con la quale l’8° Reggimento Alpini di Cividale è gemellato. Un grazie, dunque, alle insegnanti delle scuole coinvolte e a tutti coloro che hanno collaborato a questa iniziativa. Mi piace concludere questo mio saluto con una osservazione personale: questo libro mette allegria, perché i suoi disegni, che sembrano usciti dal pennello di altrettanti pittori naïf, danno degli Alpini una gioiosa raffigurazione di amor patrio, di altruismo. Una lezione di pedagogia civile</em>.”</p>
<p><strong>Il Segno degli Alpini, </strong>presentato a Milano, a Cividale e in altri luoghi, raccoglie quattrocento disegni del concorso “Disegna gli alpini” indetto nel 2006 fra gli alunni e gli studenti di un gruppo di scuole primarie e secondarie del Friuli e dell’Emilia. Alcuni di questi disegni sono accompagnati dalle poesie di <strong>Roberto Piumini</strong>, grande poeta e cantore dell’infanzia.</p>
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		<title>ANTONIO BERTI: DALLA MONTAGNA ALLA POESIA E RITORNO</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 06:02:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Italo Zandonella Callegher</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Memorie]]></category>
		<category><![CDATA[Personaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 5 dicembre scorso si è tenuto a Padova il Convegno “Antonio Berti, ieri e oggi”. Ecco la mia relazione.
Dino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/1-berti-anziano.jpg" title="1-berti-anziano.jpg" alt="1-berti-anziano.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />Il <strong>5 dicembre scorso </strong>si è tenuto a Padova il Convegno “<strong>Antonio Berti, ieri e oggi</strong>”. Ecco la mia relazione.</p>
<p><strong>Dino Buzzati</strong>, in uno scritto apparso sul volume dedicato ai cento anni del Cai scriveva: “<em>Quante volte ho consumato le serate sulla guida del Berti fino a tarda ora, scalando con la fantasia decine e decine delle più celebri crode … La prosa del Berti riusciva anche nelle descrizioni tecniche a far vivere le cime come personaggi delle favole, mi trasportava su per le celebri e temute pareti, e l’illusione  in certi momenti era tale che per paura di quegli abissi spaventosi mi veniva meno il fiato. Il castellano dei monti era un grande poeta, ma non lo sapeva</em>”.<br />
Io non ho conosciuto fisicamente<strong> <a href="http://www.frontedolomitico.it/Uomini/Schede/FronteDolomiticoSchedaBertiAntonio.htm" title="Antonio Berti" target="_blank">Antonio Berti</a></strong>, non l’ho neppure mai visto, ciononostante è stata una di quelle figure “seminatrici di passione” che hanno maggiormente contribuito a forgiare la mia vita alpinistica, e non solo, attraverso le sue opere.<span id="more-82"></span></p>
<p>Le prime esperienze letterarie di <strong> <a href="http://www.frontedolomitico.it/Uomini/Schede/FronteDolomiticoSchedaBertiAntonio.htm" title="Antonio Berti" target="_blank">Antonio Berti</a></strong> sul tema montagna risalgono al 1904 con un articolo dedicato alle <strong>Dolomiti Ampezzane</strong> e apparso sulla Rivista Mensile. Sulla stessa rivista raccontò nel 1907 di scalate sulle pareti est e sud del Bacchettone. Nel 1908, oltre ad uno scritto, sempre sulla Rivista, dedicato alle Dolomiti di Schio e del Cadore, esce la sua prima guida: <strong>Le Dolomiti del Cadore</strong>, guida alpinistica, Fratelli Drucker editori in Padova e Verona. È un volumetto di cm 17&#215;11 e ½, 166 pagine, costo lire 3. In questi giorni l’ho visto su un catalogo di vecchi libri al costo di 330 Euro, come dire: con un aumento del 21.300 %. È in assoluto la prima guida italiana delle Dolomiti Cadorine, corredata da 60 illustrazioni e da numerose schizzi cartografici di Giuseppe Palatini. Un saggio di come dovrà essere la guida che nascerà 20 anni dopo.<br />
“<em>È un grande atto d’amore e di devozione alle montagne più care</em>”, si legge nella prefazione di Arduini e Ghiggiato datata 1 luglio 1908.<br />
“<em>Possa il piccolo libro, nato e cresciuto in tranquille sere d’inverno, nel ricordo di luminose giornate, qualche volta salire sulla cima dei Monti, felicemente, nel sole, coi Compagni di croda</em>”, scrive Berti nella nota d’apertura.</p>
<p>Tanto per iniziare si scoprono subito due caratteristiche:<br />
1°- affetto e grande amore verso Monti e Compagni che sono scritte in maiuscolo;<br />
2°- competenza, serietà e l’umiltà di elencare, per ogni gruppo montuoso, la relativa bibliografia, in buona parte di lingua tedesca.<br />
Seguono parecchi capitoli dedicati alle <strong>Dolomiti del Cadore</strong> e dell’<strong>Ampezzano</strong>. Il tutto condito con una prosa scorrevole e godibile nonostante l’argomento sia quanto mai tecnico. In ogni descrizione Berti ci mette un po’ della sua anima, un cenno ai sentimenti nobili che spinge alla montagna. Ad ogni riga c’è un invito a salire, a scoprire. Perché di scoperta ancora si tratta. A tal proposito dice del Popèra: “<em>Questo gruppo domanda ancora tanto studio, specialmente da parte degli italiani; è necessario chiarire, per quanto possibile, la topografia e la toponomastica, che sono ancora molto oscure. Sono vette sul confine fra Regno d’Italia e Impero austro-ungarico…</em>”.</p>
<p>Il 1908 segna veramente un evento memorabile: per la prima volta gli alpinisti che vogliono visitare le Dolomiti dell’alto bellunese hanno fra le mani il giusto strumento per farlo. Un gioiello di carta che conduce sulla montagna; un gioiello di poesia da riportare a valle con il cuore.<br />
Nel 1909 Berti scrive, assieme ai coniugi Gino e Maria Carugati, un bell’articolo per la Rivista Mensile con la descrizione della rocambolesca salita a rate della parete orientale del Baffelàn e il relativo furto di due corde da parte di alcuni montanari. Berti non ne fa un dramma e conclude dicendo: “<em>Noi usiamo le corde per fare alpinismo; loro hanno fatto alpinismo per avere le corde; siamo pari; il Baffelàn è di nuovo nudo come Dio l’ha fatto!</em>”. Poesia e ironia assieme.</p>
<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/3-berti-al-rifugio-padova.jpg" title="Berti-al-rifugio-padova.jpg" alt="Berti-al-rifugio-padova.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />Nel 1910 ecco il volumetto <strong>Le Dolomiti della Val Talagona e il Rifugio Padova in Prà di Toro </strong>che è stato presentato in stampa anastatica a quasi 100 anni dall’uscita. La guida si apre con la solita prosa incantata: “<em>Dalla vetta del Cadìn di Vedòrcia mi si sono svelati interamente, per la prima volta, nella sovrana bellezza, gli Spalti di Toro; da allora ho sognato là dentro una piccola casa, bianca e amica</em>”.<br />
La casa bianca di Berti è il Rifugio Padova.</p>
<p>Seguono altri articoli sulla rivista del Cai, dedicati all’Antelao, alle Marmarole, all’amico Giovanni Chiggiato, al Campanile Paola, ad uno studio circa una barella per trasporto feriti, alla medicina e chirurgia per lo sci e l’alpinismo, sul clima in montagna, ecc. Molto interessante il contributo del 1912 dal titolo Nelle Dolomiti Zoldane. È il racconto della prima ascensione da nord est di una torre superba che l’alpinista olandese Jeanne Immink aveva salito il 21 luglio 1893 e battezzato con il nome di Innerkoflerthurm, cioè Torre di Innerkofler, in onore del grande Sepp che la accompagnava. Questa torre apparve a Berti, elegantissima, dalla cima della Rocchetta Alta di Bosconero e decise di salirla. Trovarla dal basso fu difficile causa un errore topografico e di quota, ma alla fine Berti riuscì e, con i coniugi Carugati, il pittore Luigi Tarra e un cuoco accademico di nome Ottavio, giunse in vetta il 10 luglio 1911. Al ritorno scoprì che quella bellissima struttura era chiamata dai valligiani Sasso di Val Toanella e così la battezzò.</p>
<p>Nel 1928 esce quello che si può chiamare il libro di una vita: <a href="http://www.campedel.it/schede/12708.HTM" target="_blank"><strong>Le Dolomiti Orientali</strong></a>, guida turistico-alpinistica, edita dai fratelli Treves sotto gli auspici della Sede Centrale del Cai e per cura della Sezione di Venezia.<br />
Ricordo il mio incontro con questo libro in un pascolo del Comélico. Per un mese all’anno, in attesa dell’apertura dell’anno scolastico, facevo il pastorello in compagnia di un parente, un ragazzo di nome Beniamino, 17 anni più vecchio di me, che leggeva di tutto e leggeva sempre. Lui si era accorto della mia voglia di montagna e un giorno disse:<br />
«<em>Ti interessano così tanto?</em>».<br />
«<em>Sì, mi interessano molto</em>».<br />
«<em>Allora domani ti porto un libro; è già vecchiotto e un po’ malandato, ma ti piacerà. L’ha comprato mio fratello tornando dalla Francia. Io non capisco un’acca di cosa c’è scritto, ma mi piacciono i disegni, ce ne sono un’infinità; di montagne, naturalmente.</em>»<br />
L’indomani lo ebbi fra le mani. Il ricordo è vivo, come fosse successo ora. Lo strinsi trepidante, lo accarezzai, lo sfogliai avidamente come fanno oggi i nostri nipoti con i libri delle avventure di Harry Potter. Volevo sapere come mai il mio “capo pastore”, che odiava le rocce, avesse quella guida e io no. Il fatto poi che suo fratello emigrante &#8211; conosciuto come tirchio nel dare quanto prodigo nel bere &#8211; avesse acquistato quel libro così particolare … è rimasto per sempre un mistero.<br />
Poi mi venne un dubbio: io, pastorello, montanaro ignorante che sapeva appena leggere e non aveva dimestichezza con rocce e pareti, ero all’altezza di “studiare” su quel libro?<br />
Beniamino disse di si.<br />
Quel volumetto di cm. 10,5&#215;16 sembrava il breviario di mio zio prete. E per me &#8211; e per tanti altri &#8211; fu veramente un breviario.<br />
La guida sembrava piccola, ma aveva 902 pagine. Compatta, elegante, stampata su carta riso così fine che mai avevo visto; poi c’erano alcune cartine e centinaia di disegni di un certo Annibale Caffi che, come scrisse Antonio Berti, “<em>ha dato la vita a queste pagine rudi</em>”. Seguiranno diverse edizioni e poi anche l’uscita del volume II° dedicato ai monti dell’Oltre Piave.</p>
<p><img src="http://www.mountainblog.eu/italozandonella/wp-content/uploads/2-berti-tenente-alpini-1915.jpg" title="2-berti-tenente-alpini-1915.jpg" alt="2-berti-tenente-alpini-1915.jpg" align="left" hspace="5" vspace="5" />Ma il capolavoro di collaborazione, di impegno culturale,  storico e alpinistico con La Rivista del Cai e con i suoi Soci, fu la poderosa<strong> monografia storico-militare sulla Cima Undici e sulla conquista del Passo della Sentinella in Popèra</strong>, gruppo che Berti amava intensamente e che fu sempre presente fin dagli albori della sua attività. Siamo nel 1932. I numeri 2, 3, 4 e 5, per un totale di 87 pagine con 71 foto inedite, molte delle quali a piena pagina, sono in gran parte occupati dalla narrazione degli eventi colà avvenuti dal 1915 al 1917: la <strong>Grande Guerra sulle Dolomiti dell’Alto Cadore</strong>. Mai un autore era stato così generosamente ospitato sulla Rivista sociale, né mai è successo in seguito. Segno che i Soci, non solo erano stati colpiti positivamente da quella storia straordinaria e avvincente accaduta in un particolare periodo e in un dato luogo, ma anche dalla statura culturale e morale e dallo stile coinvolgente di <strong> <a href="http://www.frontedolomitico.it/Uomini/Schede/FronteDolomiticoSchedaBertiAntonio.htm" title="Antonio Berti" target="_blank">Antonio Berti</a></strong>. A mio parere questo lungo e preciso saggio è stato uno dei suoi capolavori: un’opera intensa, di ricerca, di stesura, di prosa senza retorica, di poesia inserita qua e là in un argomento che ancora divideva gli animi della gente e le gerarchie militari.</p>
<p>Questo impegno si ripeterà poco dopo, nel 1933, con l’uscita di <strong><a href="http://www.webster.it/libri-guerra_crode_berti_antonio_nordpress-9788885382763.htm" title="Guerra per Crode" target="_blank">Guerra per Crode</a> </strong>per i tipi della Cedam, Casa Editrice dott. Antonio Milani di Padova, scritto a quattro mani con <a href="http://www.webster.it/vai_libri-author_Sala+Giovanni-shelf_BIT-Sala+Giovanni-p_1.html" target="_blank"><strong>Giovanni Sala</strong></a>, il capitano di Cima Undici e degli Alpini Mascabroni.<br />
Nel 1936 Berti si cimenta ancora con la Grande Guerra sulla montagna dolomitica. È la volta di Guerra in Cadore edito dal 10° Reggimento Alpini, Editore in Roma. Storia avvincente, scritta con il solito stile asciutto, con qualche venatura romantica o poetica che, a piccole dosi, ha il merito di rendere un po’ più morbido il tragico racconto.</p>
<p>Il 1942 vede la pubblicazione di un altro libro di guerra: <strong>Battaglioni Pieve di Cadore e Antelao</strong>, anche questo edito a Roma dal 10° Reggimento Alpini. Si narrano le vicende degli Alpini a Forcella Lavaredo, sui Frugnoni, al Monte Piana, sulla Cima Vanscuro nel 1915; la conquista del Passo della Sentinella e le battaglie sulle Tofane nel 1916; la mina del Lagazuoi e la Bainsizza nel 1917, per chiudere con le operazioni sanguinose dei Solaroli-Valderoa-Grappa e la conquista di Feltre e Primiero nel 1918. Potrebbe sembrare un volume tecnico che il Tenente Colonnello Antonio Berti decise di scrivere per gli specialisti; invece è un libro comprensibilissimo, redatto con semplicità e con poetico sentimento.<br />
Nel 1948, all’età di 66 anni, Berti pubblica il suo ultimo libro, un misto di stranezza e meraviglia insieme. Forse è stanco di narrare in prima persona e allora si inventa una cosa straordinaria: far parlare la montagna. Il titolo infatti la dice lunga: <strong>Parlano i Monti</strong>. “<em>È il risultato di un coro possente, è lo specchio dei monti</em>” dirà Franz Rudovsky. Si tratta infatti di una raccolta in prosa e poesia riferita alla montagna dei più grandi personaggi della storia. Credo sia la prima e unica del genere a concentrare una così massiccia mole di detti e pensieri. Per fare un esempio, alla voce Alpinismo, fra i numerosi contributi, si legge: “<em>L’alpinismo non è stato creato da montanari, ma dai cittadini</em>”; si può anche non essere d’accordo, ma a dirlo è stato l’abate Henry. Alla voce Arrampicare leggiamo, fra l’altro: “<em>È cosa eccellente arrampicarsi sui monti purché la sera si ritorni a casa</em>”; parola di Alessandro Manzoni. Alla voce Montagna troviamo, fra un mucchio di altre definizioni: “<em>Quanto monotona sarebbe la faccia della terra senza le montagne!</em>” A dirlo è il filosofo tedesco Immanuel Kant. Ma anche Dante dice la sua riferendosi a una parete di roccia: “<em>Noi salivam per entro il sasso rotto, e ogni lato ne stringea lo stremo, e piedi e man voleva il suol di sotto</em>”. E via di questo passo con Petrarca, Leonardo, Ariosto, Carducci, ma anche Compton, Cassin, Comici e mille altri per 554 pagine fitte fitte, su carta riso la cui leggerezza è pari al sentimento che si prova nella lettura. Edizioni anastatiche sono uscite nel 1972 e nel 1997.</p>
<p>Ricordando <strong> <a href="http://www.frontedolomitico.it/Uomini/Schede/FronteDolomiticoSchedaBertiAntonio.htm" title="Antonio Berti" target="_blank">Antonio Berti</a> </strong>sulla Rivista Mensile del maggio-giugno 1957 a sei mesi dalla morte avvenuta il 10 dicembre 1956, il discepolo <strong>Severino Casara </strong>scriveva: “<em>Fino allora aveva pazientemente raccolto e illustrato le vie degli alpinisti nelle Dolomiti Orientali, ora vuole illuminare quelle vie di una luce più fulgida, quella della poesia. E per anni trova conforto nella ricerca di versi e di brani dei più grandi poeti e pensatori della letteratura universale, che si riferiscono alla montagna, scegliendoli e coordinandoli in un volumetto che egli intitolò Parlano i Monti, il suo canto eterno al sublime alpinismo</em>”.<br />
Antonio Berti, dunque, poeta della montagna con un ritorno per la nostra cultura.</p>
<p>Italo Zandonella Callegher</p>
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