Italo Zandonella Callegher

Sono nato in una valle verde che un tempo era la più settentrionale d′Italia. Si chiama Comélico e si stende giuliva nell′alto Cadore in Provincia di Belluno.

Dalla mia casa, dopo i primi passi sul prato che è un ballatoio sui monti, ho visto una grande cerchia di rocce: il Popèra, il Crìssin, i Brentòni, le Tèrze. La prima barriera appartiene alla nobile famiglia delle Dolomiti, anche se è la più orientale, l′ultima dolomia.

Le altre sono di ″pura razza Piave″, fiume che nasce nei paraggi e che le traversa.
Qui, fra queste bellezze incontaminate, il destino ha deciso per me. Ha fatto tutto lui, senza interpellarmi. Un giorno – avevo sette anni – egli sussurrò che dovevo dedicarmi alla montagna. L′ho fatto, ubbidiente, e sono salito e continuo a salire per vedere ciò che sta dall′altra parte della cima. Così, semplicemente, per conoscenza.

Da allora ho cercato umilmente di capire il passato (faticare sulle orme della storia) per aprirmi al futuro (scoprire per trasmettere).

La montagna mi ha regalato molto. Anche tramite il CAI, che mai come oggi ha strizzato l′occhio alla cultura alpina con buoni risultati.

Il mio primo bollino risale al 1966, seguito dalla laurea di Accademico nel 1985 e a quella di Socio Onorario nel 2007. Mi ha anche regalato l′entusiasmo, mai sopito, indispensabile per salire prima le montagne di casa e poi quelle del mondo: dalle Ande all′Alto Atlante e Kenia, dal Karakorum all′Himalaya, dal Pamir al Tien Shan, dagli Altaj siberiani a quelli mongoli.

La montagna mi ha insegnato a scrivere e a divulgare la sana passione per l′alpinismo e mi ha permesso di dirigere riviste e il festival di cinema di montagna più antico e più grande del mondo.

La montagna mi ha veramente dato molto. Tramite quei suoi uomini che hanno creduto in me.